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Gen e Feb 2011 "Intorno al 13 Febbraio. Parole dagli uomini"
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Dopo il 13 Febbraio: quali uomini e quali donne Leonardo Angelini, psicoterapeuta nei servizi pubblici, Reggio Emilia pubblicato il 20 febbraio 2011 su Reggio Fahrenheit
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Lettera a Adriano Sofri, di Alberto Leiss, pubblicato sul sito www.donnealtri.it, 16 febbraio 2011
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Dopo il 13 febbraio. La scommessa degli uomini: inventare nuove parole, di Stefano Ciccone - pubblicato su Gli Altri - 15 febbraio 2011
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Una lezione ai maschi, di Adriano Sofri, pubblicato su La Repubblica 15 febbraio 2011
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Desiderio maschile e sessualità, del Gruppo Uomini di Viareggio - volantino distribuito a Viareggio - 13 febbraio 2011
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Il discorso dei disertori (intervento letto al termine della manifestazione in piazza dei Miracoli a Pisa) (copincollato da http://vogliamotuttopisa.noblogs.org/) - 13 febbraio 2011
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Traccia dell'intervento di Stefano Ciccone, Piazza del Popolo, 13 febbraio 2011
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Il culto del mercato totale, di Marco Mancassola - il manifesto - 13 febbraio 2011
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Perché ci sarò anch'io in piazza domani, di Sergio Minni, su Facebook - 12 febbraio 2011
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Uomini nel tempo, di Andrea Bagni, su Facebook 12 febbraio 2011
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La dignità maschile nel berlusconismo al tramonto, di Gianni Scotto pubblicata su Facebook il 12 febbraio 2011
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Il Lele Mora ch'è dentro di me, di Christian Raimo - il manifesto 12 febbraio 2011
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Per soli uomini, di Andrea Bianchi pubblicato l' 11.02.2011 su http://italia2013.org
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Come uomini ci saremo
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L'osceno godimento del tiranno, di Massimo Recalcati - il manifesto 10 febbraio 2011
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Come cacciare il Sultano senza tenersi l'a.d., di Luca Casarini - il manifesto 10 febbraio 2011
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Editoriale di Alberto Leiss pubblicato sul quotidiano online http://genova.mentelocale.it/ 09 febbraio 2011
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La performance come norma, di Francesco Raparelli - il manifesto 9 febbraio 2011
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Il nocciolo politico del desiderio maschile, di Sandro Bellassai - il manifesto 8 febbraio 2011
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Come cittadini prima che come uomini, o viceversa. Discussione su Facebook
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Da alcuni uomini italiani, Italia 5 febbraio 2011
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Il ritratto di Dorian Gray di noi tutti, di Raffaele K. Salinari - il manifesto 29 gennaio 2011
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Il sesso del Cav è una questione politica, di Stefano Ciccone - Pubblicato su Gli altri - 28 gennaio 2011
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Il Padre osceno, di Alberto Leiss - Pubblicato su http://www.donnealtri.it/ - 28 gennaio 2011
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Il silenzio dei padri per le notti di Arcore, di Claudio Fava - pubblicato il 24 gennaio 2011
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Quelle prostitute di palazzo Grazioli, di Christian Raimo - il manifesto 21 gennaio 2011
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Paranoia senza fine, di Marco Mancassola - il manifesto 20 gennaio 2011
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Il cine berluscone Marco Giusti - il manifesto 20 gennaio 2011
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Desiderio maschile e libertà delle donne, di O.Leggiero
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Gen e Feb 2011 "Attorno al 13 Febbraio. Parole dagli uomini a partire da sé"
Il 13 febbraio 2011, data della manifestazione "se non ora quando", è stato un momento molto particolare nella storia di questo paese. Agli uomini è stato chiesto di intervenire in quanto uomini e non in quanto tecnici, politici, esperti, portatori di un sapere e di una parola neutra e universale. In tanti come mai era avvenuto fino ad oggi ci hanno provato, e non solo uomini che condividono la storia e il percorso di maschileplurale. Qui tentiamo di riportare (in ordine di apparizione) gli interventi di cui siamo riusciti a reperire e che abbiamo ricevuto come contributo.
L’essere senza potere. Riflessioni a margine della manifestazione bolognese del 13 febbraio. di Gianluca Ricciato, pubblicato su https://danielebarbieri.wordpress.com - 16 febbraio 2011
Ci troviamo, dopo la manifestazione delle donne, tra maschi. Non siamo stati sempre tra maschi in questa giornata naturalmente, siamo stati fra amiche e compagne presenti con più convinzione di noi in una manifestazione indetta da donne, criticata da altre donne, alla fine condivisa da molte donne di idee anche molto diverse. Ma la manifestazione andava al di là delle donne e di tutta l’infinita discussione delle ultime settimane su moralismo, dignità, perbenismo e “permalismo”, andava al di là dell’attualità e di Berlusconi e ci ha parlato del nostro tempo.
Ci troviamo dicevo tra maschi, in 4, a chiacchierare davanti a una birra, intorno alle sette, nel tepore minimal del Punto di Bologna, finalmente fuori dall’umidità che ci trapassava le orecchie e i sensi, nella piccola folla della domenica sera post manifestazione. E casualmente iniziamo a parlare dei nostri padri. Non so se sia uscito per caso il discorso. Dei nostri padri a cui vogliamo bene e da cui ci sentiamo così diversi, ci risentiamo, con cui litighiamo e stiamo male per questo, che vorremmo diversi ma che giustifichiamo per essere così. I nostri padri così simili a Berlusconi anche se lo attaccano, così abituati alle doppie morali, alle doppie vite, così poco inclini come sono sempre stati a capire perché siamo così diversi da loro. Così abituati a mentire per il bene, ad accettare la sessuofobia cattolica delle loro mogli e ad andare a sfogarsi altrove, perché questo era il meno peggio. Così chiusi durante la loro maturità all’ascolto, nel senso proprio di stare ad ascoltare quando gli stai parlando di cose che non vogliono o non riescono più a sentirsi dire, e allora vanno via, svicolano mentalmente e fisicamente, si fanno sempre più impenetrabili, e tu ti incazzi, tu che hai deciso da quando avevi sedici anni che devi dire quello che pensi e non quello che vogliono che pensi.
“Tutto su mio padre” era il tema di un incontro di qualche anno fa di riflessione maschile nel giro di uomini che poi sarebbe confluito in Maschile Plurale. E io mi sto chiedendo se non sia un caso che siamo finiti a parlare di questo proprio in questo giorno, in cui più che la questione femminile è la sessualità maschile il vero punto critico e dolente della faccenda.
Mi rendo conto che essere oggetto di desiderio è la cosa che ancora mi sconvolge di più. Lo do per scontato nell’agire una relazione amorosa, è impossibile per me – al contrario di molti nostri padri e governanti – fare sesso con una persona che non mi considera tale, però c’è una parte di me che fa ancora fatica ad accettarlo. Che io possa essere oggetto di desiderio. Perché è stata troppo forte su di me la pressione di dover essere principalmente soggetto di desiderio, conquistatore, corteggiatore, facilitatore di inizi amorosi. Mi sconvolge perché mi piace ed è destabilizzante per gli ordini simbolici costituiti dei rapporti tra i sessi, perché ad esempio una donna che desidera e che mi desidera e che agisce quel desiderio è la molla che fa scattare tante cose in me, tra cui la voglia di vivere tanto per dirne una. Quando ero adolescente lo consideravo impossibile, e non solo perché ero troppo brufoloso, ma soprattutto perché consideravo che fosse impossibile che una ragazza non fosse sempre l’oggetto di conquista e che noi maschi non fossimo sempre pronti a fare le prime mosse, a mascherarci da vincenti e sicuri di noi per mettere in scena la commedia dell’intorto. Mi sentivo incapace di farlo e perciò inferiore, poi ho capito che funzionavo diversamente ed è stata una liberazione.
Il problema è che questo scatto di generazione che forse vale per me e gli altri presenti al tavolino di questa serata non è avvenuto sempre. Del resto il tempo fa giri strani. Oggi ci sono maschi più giovani di me che ragionano e desiderano senza prendere in considerazione l’essere desiderati, che vivono iniziando a crearsi mondi paralleli, da una parte gli amici maschi con cui condividere pallone e cazzate, dall’altra fidanzate con cui passano il tempo rompendosi le palle per avere quel poco di sesso che gli tocca e perché hanno paura di restare soli e doversi guardare dentro e trovare un abisso di problemi irrisolti. Oggi forse più che venti o trenta anni fa, quando le cose erano in discussione, la coppia è ritornata a funzionare come risolutrice di tensioni sociali e psicologiche, come ancora di salvezza dal mondo esterno anche se questa coppia dura sempre meno, è sempre meno felice e spesso azzera da subito il desiderio.
Perché di donne che vogliono tornare a fare la parte dell’angelo del focolare in teoria ce ne sono sempre meno, ma le alternative non sono sempre così chiare, lo stereotipo della brava ragazza che vuole mettere su famiglia agisce ogni giorno attraverso i media postmoderni, per bocca perfino delle escort, che come dice Carla Corso in un’intervista di qualche giorno fa sul manifesto, non vogliono essere chiamate prostitute perché nel nuovo gioco pubblico della doppia morale devono fingere di essere solo delle ragazze un po’ perse ma comunque per bene. “Le donne stesse – dice la Corso – si sono riappropriate dello stereotipo dell’angelo del focolare, della donna dolce e sottomessa, che non chiede molto ma è sempre disponibile, e a letto è un po’ troia: perché così è più semplice avere una relazione di coppia”.
Credo di essermi liberato da molte paturnie allora pensando che l’incontro chimico tra desideri avrebbe destabilizzato il mondo e la mia vita e mi avrebbe fatto vivere cose fantastiche. E così è stato a volte. Ma mi ritrovo ad essere entrato nel mondo degli adulti italiani a tutti gli effetti in mezzo a calciatori e veline e ai loro e alle loro replicanti. Che siamo anche noi, perché è difficile liberarsi di nuovo da questi stereotipi quando ti assediano ogni giorno e li riproduci senza accorgertene. Bisogna aprire continuamente squarci di verità e non sempre è facile, penso al memorabile libro dell’ex calciatore Carlo Petrini, Nel fango del Dio pallone, in cui si descrivono file di calciatori degli anni settanta e ottanta alle porte dei bordelli clandestini, tutti felicemente sposati a vent’anni per obbligo, perché il calciatore deve essere un simbolo per i ragazzini. Un simbolo di falsità e di messinscena sociale, appunto. Non è cambiato niente, o forse quello che è cambiato è troppo poco se nel 2011 questo sistema funziona ancora e il finanziatore dei calciatori e delle veline ha imposto una dittatura mediatica di vent’anni all’Italia.
Ma la mia liberazione era passata attraverso un’idea ben precisa, che era quella di essere un essere senza potere. Lo avevo imparato dai racconti di Tondelli principalmente ma anche da quello che ci dicevamo tra amici e amiche adolescenti insofferenti. Non volevo opporre grandi schemi ideologici contro i modelli dominanti, volevo solo vivere senza esercitare il potere, in tutte le sue forme, economiche, razziali, sessuali, morali, vivere per vivere perché da lì sarebbero scaturite la felicità e la libertà. Dall’essere pienamente un corpo e una vita, non una misera scissione di vite e di morali.
Il piccolo mondo antico dominato da maschi adulti ci guardava come alieni per come ci vestivamo, per quello che fumavamo, per come parlavamo, per gli orari in cui andavamo a letto e ci svegliavamo, per gli affetti e gli amori che ci scambiavamo al di là delle cornici accettate. O perché magari uscivo da solo con un’amica senza provarci, o perché consideravo le relazioni di amicizia più importanti delle relazioni di sangue. Il piccolo mondo antico si vendicava, e si è vendicato, riportando tutta quella che era la sua decadenza storica nella riproposizione mediatica a reti unificate della morale anni Cinquanta e della doppia morale dell’uomo conquistatore. Riportando la mitologia del boom economico – il nuovo miracolo italiano – come unica forma di esistenza materiale possibile nelle nostre menti, nonostante i fatti stessi dicano che non c’è fine alla crisi economica di un sistema che si è divorato il mondo e non c’è via di uscita se non si esce dal nuovo schiavismo lavorativo che ci mangia il tempo, ci rende infelici e ci consuma le relazioni.
Sono solo ologrammi di un mondo in rovina. Solo che per liberarci da questi ologrammi dovremmo magari rifare il mondo, magari iniziando a riconoscere come funzionano nella nostra mente questi ologrammi, tutte le volte, non solo quando c’è un Berlusconi da mandare via, ma soprattutto quando ci fanno desiderare il potere contro qualcuno o qualcuna e ci fanno dimenticare che nelle carceri italiane, nei centri di detenzione, sui barconi nei nostri mari, nei luoghi di lavoro, nel chiuso delle mura delle famiglie per bene ogni giorno quel piccolo mondo antico capitalista e patriarcale rifonda la sua ideologia mortifera. Che prima o poi morirà definitivamente, ma se riusciremo a liberare veramente i nostri desideri magari faremo nascere qualcosa di nuovo.
Dopo il 13 Febbraio: quali uomini e quali donne Leonardo Angelini, psicoterapeuta nei servizi pubblici, Reggio Emilia pubblicato il 20 febbraio 2011 su Reggio Fahrenheit
La discussione sul “Se non ora quando” finora è stata impostata a partire da un general-generico rapporto uomo-donna che rischia da una parte di creare artificiose contrapposizioni, dall’altra di impedirci di cogliere alcuni interessanti elementi che attengono sicuramente al rapporto uomo-donna, ma che per essere compresi vanno declinati sia sul piano dei rapporti intergenerazionali, che nella loro genesi dentro ciascuno di noi: uomini o donne che siamo.
Sul piano intergenerazionale la riproduzione sociale della nostra cultura, cioè il passaggio da una generazione all’altra dei suoi tratti costitutivi – comprese ovviamente le rappresentazioni sociali della maschilità e della femminilità – vede nei modi di produzione, nella struttura della famiglia e nei modelli formativi i crogioli all’interno dei quali vecchie e nuove rappresentazioni, vecchie e nuove immagini s’impastano. Si definiscono così nel tempo e nella società attuale tante rappresentazioni sociali della maschilità e della femminilità quante sono le classi sociali e i gruppi di appartenenza degli individui.
Ma anche dentro ciascuno di noi la psicoanalisi c’insegna a riconoscere una pluralità d’introietti e di interdetti che variano da cultura a cultura, da gruppo sociale a gruppo sociale, da famiglia a famiglia; e, fra questi, anche gl’introietti e gl’interdetti di maschilità e femminilità, che così risultano instaurarsi dentro di noi in base ad una molteplicità d’influenze che provengono, fra l’altro dagli uomini e dalle donne più importanti della nostra vita, cioè da coloro che, a partire dai nostri genitori, ci hanno segnato di sé imprimendo nella nostra psiche molteplici modelli di maschilità e di femminilità.
Con ciò non voglio assolutamente negare la presenza di un potere maschile all’interno della società, ma solo che per comprenderne le origini, la struttura e gli attuali punti di crisi non possiamo sottrarci al fatto che a presiedere sia la riproduzione sociale, sia la psiche individuale degli uomini e delle donne d’oggi ci siano degli uomini e delle donne, che a loro volta hanno introiettato o proiettato fuori di sé queste imago in base alla loro appartenenza sociale, culturale e familiare.
E’ a partire da questa declinazione a mio avviso che è possibile comprendere da una parte la crescente partecipazione maschile ad eventi e manifestazioni come quella del 13 Febbraio, e più in profondità le nuove disposizioni che in una parte degli uomini è possibile cogliere sul piano della relazioni e della cura; dall’altra la violenza di coloro fra essi che reagiscono e “agiscono” la crisi del potere maschile aggredendo le donne.
Quindi la prima cosa che occorre fare è imparare a discriminare fra uomo e uomo e fra donna e donna, cercando di riconoscere nella prassi quali possono essere i settori ed i vettori e quali invece i punti di resistenza al cambiamento.
La seconda cosa, di conseguenza, è vedere, sempre nella prassi, quali possono essere i punti di connessione sui quali operare per costruire una tela che vista solo sul piano della contrapposizione uomo-donna può apparire ancora dilacerata: il teoreticismo su questo piano ci condurrebbe facilmente ad un “atteggiamento retrospettivo di principio”.
Si tratta di un lavoro che va fatto a partire da un’analisi gruppale dei fenomeni. Io mi limito qui ad enuclearne alcuni, a partire dalla mia prassi personale di psicoterapeuta preoccupato del significato sociale del proprio lavoro:
1. Innanzitutto la comune condizione di fronte al precariato. Ce lo ricordano le femministe della Libreria delle donne, ed in precedenza lo aveva sottolineato Luciano Gallino: le donne sono più facilmente esposte al rischio di vedere infranto dalla condizione precaria ogni progetto per il futuro e di essere schiacciate sulla cura. Ma d’altro canto all’interno delle Università e nei luoghi di lavoro (compresa Mirafiori) uomini e donne, autoctoni e migranti vanno cercando insieme elementi comuni che li conducano fuori dalla dimensione precaria. Perché non osiamo pensare che fra questi elementi possa esserci una comune realizzazione e nel lavoro e nella cura?
2. In secondo luogo ormai molte giovani coppie da decenni vanno sperimentando, appunto, una modalità di rapporto e di cura della prole più compartecipata; mentre nei nidi e nelle materne, almeno in quei luoghi in cui queste strutture svolgono con le famiglie realmente una funzione educante, da questa “cogestione educativa” vanno nascendo esperienze significative, che poi tendono ad essere iterate nel rapporto con la scuola. Anche su questo punto urge un passaggio da una conoscenza intuitiva ad una più razionale e trasformativa del fenomeno. Là dove fra le trasformazioni condivise sicuramente un posto preminente tocca alla difesa dei bambini e delle bambine, ma anche degli adulti, dai nefasti della “coltivazione televisiva”.
3. Nel gruppo di volontariato giovanile in cui opero e dal quale in due decenni sono passati quasi settemila giovani, all’inizio degli anni ‘90 la propensione alla cura era un’esclusiva femminile; ora l’impegno dei giovani maschi raggiunge il 30% dei giovani volontari. Questa disponibilità maschile alla cura, che sicuramente non va generalizzata, ed anzi va contestualizzata, a mio avviso è un importante segnale di un cambiamento che ha alle spalle i genitori di cui sopra, ma anche una prossimità, ormai quasi esclusiva, con una docenza femminile i cui influssi sulle giovani generazioni non sono stati studiati a sufficienza e non si limitano certo alla implementazione del reclutamento dei giovani maschi nella cura volontaria.
4. E poi il welfare familiare: cioè il lavoro di aiuto finanziario e di cura intrafamiliare che, con i suoi quasi 90 mila miliardi di euro annui frutto del risparmio domestico, risulta il più macroscopico non detto della realtà sociale italiana. La sua capacità di tenuta di fronte alla crisi è l’elemento più importante che ha permesso di attutirne gli effetti. Certo: si tratta di una provvidenza classista, ma perché non cercare di trovare dei punti di congiunzione con le interessanti esperienze delle banche etiche, in modo da estenderlo il più possibile anche ai meno abbienti?
5. Di fronte alle delocalizzazioni, infine, da una parte va maturando una proposta di autogestione degl’impianti, dall’altra, come suggerisce Viale, una loro ricollocazione sul piano dell’industria ecologica. Perché questi due elementi funzionino a dovere necessitano di un insieme di competenze e di funzioni che possono entrare in sintonia con il movimento presente nelle università, dove il sapere degli uomini e delle donne che sempre più numerose ed autocoscienti lì si formano, e che il governo tende a comprimere, potrebbe entrare in circolo con l’autogestione e la riconversione ecologica.
Questi cinque punti a mo’ di esempio: alcuni sono lì a portata di mano; altri, come il quinto che ho elencato, per ora sono solo vaghi progetti; altri ancora sicuramente sono presenti e mi sfuggono. Ciò che vale dal mio punto di vista è che si cominci a prendere atto che ormai in molti ambiti su di un ordito maschile, certo ancora molto tenue e grigio, che comprende solo una parte degli uomini si va componendo o si può comporre una trama femminile infinitamente più ricca e colorata, a formare un unico tessuto, foriero di ulteriori comuni disegni.
Lettera a Adriano Sofri di Alberto Leiss pubblicato sul sito www.donnealtri.it 16 febbraio 2011
Caro Sofri, leggo sempre con grande interesse quello che scrivi e apprezzo in particolare l’ impegno, piuttosto raro, a parlare spesso senza rimuovere il tuo essere un maschio e la parzialità che questo comporta. Condivido quindi il senso del tuo articolo sulla Repubblica del 15 febbraio. Noi maschi abbiamo molto da imparare dalla manifestazione organizzata il 13, e aggiungo, dalla discussione molto ricca che intorno alla manifestazione si è sviluppata grazie ai contributi di numerosissime donne e anche di qualche uomo. Non capisco bene, quindi a che cosa e a chi ti riferisci quando scrivi che non avevi mai sentito “pretesti così capziosi e vanesi per non aderire”.
Numerose femministe italiane hanno criticato – con argomenti che ho trovato in larga misura condivisibili – alcuni presupposti della mobilitazione. A partire da uno: che i comportamenti del Premier mettessero in discussione la “dignità delle donne”, mentre è l’immagine maschile, il potere e la politica maschile che vengono prima di tutto messi “ a nudo” nel loro aspetto più misero.
Forse ho frainteso: sarebbe veramente paradossale che un uomo come te traesse da questi avvenimenti l’arroganza di liquidare come “capzioso e vanesio” chi avesse osato formulare una critica.
Tra l’altro mi è sembrato che di alcune di queste critiche le organizzatrici della manifestazione abbiano anche tenuto conto, invitando esplicitamente noi uomini a partecipare, evitando, per lo più, toni e slogan “moralisticamente” rivolti contro le donne coinvolte nello scandalo di Arcore. Io trovo abbastanza irritante – a dir poco – che i riflettori siano accesi, spesso in modo spietato, sulle cosiddette “papi-girls”, e poco o nulla si dica a proposito di tutti quei signori molto rispettabili che hanno tenuto e tengono in piedi il Premier, nonostante il fatto che la ex moglie Veronica li avesse avvertiti pubblicamente all’inizio di questa storia: aiutatelo… Se si raccolgono firme contro la Minetti che cosa bisognerebbe fare con i maschi che sulle loro poltrone da superministro o da supersottosegretario hanno assistito senza batter ciglio, e ora magari si preparano in silenzio alle ipotesi di successione?
Mi auguro che dalla reazione di tante donne e tanti uomini, e dalle molte analisi suscitate dai comportamenti di Berlusconi, si imparino, appunto, almeno tre “lezioni”.
La prima è che le donne, persino in Italia, non sono ormai più da tempo un “soggetto debole” da tutelare, ma una grande forza della società che solo una politica maschile sempre più priva di autorità ( a destra, ma in grande misura anche a sinistra) continua a non saper vedere e rappresentare.
La seconda è che esiste una cultura politica femminile e femminista molto ricca e varia, e che sarebbe l’ora da parte di chi fa politica e di chi scrive sui giornali di studiarla finalmente un po’, almeno con lo stesso interesse con cui si discute, che so, dell’”azionismo” di Eco e del “liberalismo” – si fa per dire – di Ostellino.
La terza è che è davvero giunto il tempo di una presa di parola da parte degli uomini che invece questa nuova situazione cercano di vederla, e sono disposti a fare un esame serio sulla realtà del proprio desiderio, sulla idea che hanno della politica, del potere, delle relazioni che praticano con gli altri uomini e con le donne. Cari maschi, ancora uno sforzo…
Dopo il 13 febbraio. La scommessa degli uomini: inventare nuove parole, di Stefano Ciccone - pubblicato su "Gli Altri" - 15 febbraio 2011
Nessuno, credo, si aspettava le piazze che abbiamo visto il 13 febbraio. Tutti avevamo capito che sarebbero state grandi. Ma la qualità del messaggio politico emerso da quella giornata non era scontato.
Gli stessi contenuti della mobilitazione hanno assunto un senso differente da quello dato dai primi appelli trasformati da quante hanno rifiutato la distinzione tra donne per bene e prostitute, che hanno rifiutato le categorie del moralismo. Ma va riconosciuto alle donne che hanno proposto questa mobilitazione di aver permesso questo processo intercettando un bisogno diffuso. Oggi questa mobilitazione è nelle mani di tutte e tutti noi e non si riempie solo di numeri ma delle intelligenze e delle storie che in forme anche conflittuali le hanno dato forma.
Piazza del Popolo era arrabbiata ma allegra, piena di entusiasmo più che di rancore, nelle piazze c’erano le donne dei centri antiviolenza, quelle delle pari opportunità ma anche il movimento per i diritti delle prostitute e molte ragazze dei collettivi femministi e lesbici, c’erano le donne che hanno costruito l’originalità del femminismo italiano e che avevano espresso molti legittimi dubbi sul profilo della mobilitazione.
Ma il 13 febbraio ha creato anche un altro fatto nuovo di cui credo sia importante cogliere la novità.
È emersa per la prima volta, in modo pubblico e visibile una parola maschile. È una parola molto contraddittoria, spesso segnata – nelle dichiarazioni dei singoli partecipanti alle manifestazioni come in quelle dei leader nazionali – dalla riproposizione di stereotipi e luoghi comuni. Ma credo sarebbe un errore sottovalutarne la valenza.
La politica maschile appare su questo nodo segnata da un analfabetismo: non ha prodotto parole adeguate e non riconosce quelle prodotte, innanzitutto dalla politica delle donne.
Penso alla difficoltà di Bersani di evitare l’ambiguità del riferimento proprietario o paternalistico a “le nostre compagne, mogli” non riuscendo a esplicitare le relazioni come riferimento per guardare al mondo. Anche in questo caso l’impaccio verbale mostra però l’emersione della necessità a misurarsi con un terreno sul quale il buon senso non basta più e serve la capacità di un’interrogazione su di sé e di riconoscimento della politicità del nodo dei rapporti tra i sessi. Non a caso l’impasse che vive questa discussione ha molto in comune con l’alternativa tra giudizio moralistico e indifferenza che si ripropone sulla mercificazione del corpo delle donne nei media.
Credo sia doveroso riconoscere a Gli Altri, e in particolare ad Angela Azzaro e Lea Melandri, la scelta di dare voce a uomini e, in particolare l’attenzione a un esperienza come quella della rete che si raccoglie attorno a Maschile Plurale. Ma credo sia stata anche importante la scelta de il manifesto (ed anche lì è impossibile non vedere come sia stato importante il lavoro e il punto di vista di Ida Dominijanni) di aprire le pagine del giornale a interventi di uomini, da Raimo a Raparelli, da Bellassai a Recalcati che hanno mostrato evidenti differenze di approccio e prospettive. L’interrogazione maschile ha tracimato anche in quotidiani come il Corriere della Sera, Repubblica e La Stampa: hanno proposto interventi di uomini spesso volgarmente e forse ciecamente arretrati come Ostellino e Polito, altre volte di grande interesse come nel caso di Sofri. L’Unità, infine, che più di altri si è identificata nel comitato promotore di questa mobilitazione, ha scelto di ascoltare e sollecitare uomini. E così radio, blog, siti (tra gli altri certamente quello di www.donneealtri.it animato da Alberto Leiss e Letizia Paolozzi tra gli altri, la newsletter de La libreria delle donne di Milano, quella della Libera università delle donne).
Insomma: la mediazione del denaro e del potere nelle relazioni tra i donne e uomini, la rappresentazione sociale dei sessi, dell’immaginario sessuale sono al centro come terreno di trasformazione e richiedono una pratica collettiva, visibile e pubblica anche degli uomini.
La prima cosa da fare è raccogliere e valorizzare tutto questo. Credo sarebbe di grande interesse produrre e diffondere una “rassegna” di tutti gli interventi maschili apparsi in queste settimane su giornali e siti (lo abbiamo iniziato a fare sul sito www.maschileplurale.it). Credo sarebbe anche interessante raccogliere tutti i messaggi giunti da uomini al comitato promotore nazionale e nelle varie città (Monica Lanfranco, ad esempio, mi pare lo abbia fatto a Genova). In questa confusa presa di parola ci sono molte ambiguità, si ripropone spesso il modello del sostegno solidale o dello sdegno virile. Ma se ascoltiamo con attenzione ci accorgiamo che dietro c’è la necessità di dire qualcosa per cui non si hanno parole conosciute.
Perché non costruire momenti di confronto pubblici tra uomini nelle prossime settimane? Sarebbe l’occasione per uscire dall’alternativa tra cinismo politicista che valuta le vicende giudiziarie come variabile del gioco di palazzo e segno oscillante tra il moralismo e l’ipocrisia. Potrebbe essere l’occasione per una vera interrogazione reciproca su cosa vogliamo e su cosa possiamo costruire insieme. Magari intercettando per la prima volta un desiderio di cambiamento maschile restato sotterraneo.
Se non ci aiuta una rappresentazione delle donne schiacciata tra vittimizzazione e giudizio moralistico poco ci aiuta l’interlocuzione con un maschile schiacciato sulle figure della rappresentanza politica e del potere che non colgano contraddizioni, conflitti e cambiamenti.
I ragazzi e che vivono misurandosi con l’espressione sociale del desiderio femminile, gli uomini che tentano di reinventare la propria relazione di cura dei figli sono parte di un mutamento in corso ma che non ha visibilità e spesso non ha parole per esprimersi e definirsi. E senza parola non c’è forma, e questi mutamenti restano schiacciati in rappresentazioni ambigue e contraddittorie (la femminilizzazione come esito dall’uscita dai modelli della virilità normativa, l’autocontrollo virile come antidoto alla violenza sulle donne, i mammi per raccontare una nuova attenzione alla cura).
Costruire una diversa parola maschile che non scelga l’auto disciplina ma riconosca come opportunità la scoperta del desiderio femminile apre anche lo spazio politico per un conflitto e una relazione tra donne e uomini più fertile.
Ma serve, appunto, un percorso maschile che esca dalla dimensione individuale e produca politica. Cioè conflitto, riconoscimento reciproco, pratiche collettive.
Su questo, suo malgrado, la rete di Maschile Plurale ha un ruolo e una responsabilità. Chi ha scelto di costruire un percorso che si discosta dalle forme tradizionali della politica maschile e che quindi porta con sé una radicata diffidenza verso i modelli dell’appartenenza, della costruzione di gerarchie organizzative, di ricerca spasmodica di visibilità pubblica e proselitismo oggi si trova di fronte alla responsabilità di inventare forme diverse. Per dimostrare che l’alternativa non è la paralisi, l’afasia, il ripiegamento individuale.
Al richiamo collusivo di Berlusconi e al suo sogno asfittico del controllo del corpo delle donne e della loro disponibilità dobbiamo saper contrapporre una diversa idea di libertà. Ma per farlo dobbiamo trovare il coraggio e il desiderio di costruire parole comuni per dirla e viverla, insieme, anche nello spazio pubblico.
Una lezione ai maschi, di Adriano Sofri, pubblicato su La Repubblica 15 febbraio 2011
Una lezione ai maschi La manifestazione del 13 febbraio a Roma È inevitabile che le manifestazioni collettive sollevino qualche dubbio, e anche quella delle donne di domenica. Non avevo mai sentito tante buone ragioni per aderire a una manifestazione. E non avevo mai sentito pretesti così capziosi e vanesi per non aderire. Lo svolgimento è stato magnifico.
Tanto tempo fa, noi uomini (molti di noi, almeno) che respingevamo con sdegno l'eventualità di stare mai dalla parte dei padroni, fummo costretti a un estremo imbarazzo, o a vergognarci francamente, quando di colpo ci venne rinfacciato di essere i padroni nel rapporto con le "nostre" donne, e le altre. Non era facile reagire: diventare donne, o un altro dei generi possibili, riesce solo a pochi, e restare maschi sapendo di essere in torto era seccante. A parte qualche provvedimento di correzione personale - palliativi, del resto - l'ideale era che le donne contassero per la maggioranza che sono, e per l'intelligenza peculiare di cui qualche millennio di raggiri e prepotenze le ha dotate, e allora gli uomini potessero rivendicarsi tali a ricominciare da una leale condizione di minorità.
Che questo avvenisse nell'arco della nostra esistenza personale, nonostante la longevità moderna, era da escludere. E per giunta la storia mondiale è andata in un modo tale che gli uomini si sono presi una quantità di rivalse, cruente o no, sulla risalita delle donne. Naturalmente donne e uomini sono categorie troppo generali perché si trascuri il rilievo dei casi individuali, cioè delle persone. Va da sé che anche delle donne possono essere scemissime, e titolari di dicastero.
Tuttavia la statistica conserva una sua presa. Ho visto che fra pochi giorni si apre a Bruxelles una importante fiera del libro intitolata "Il mondo appartiene alle donne". Immagino che sia un auspicio, e anche così lascia perplessi, per quell'intonazione proprietaria, peraltro giustificata dalla convinzione opposta, data per ovvia, che il mondo appartenga agli uomini. (Tant'è vero che dicemmo "uomini" invece che maschi o esseri umani, per annetterci le donne).
Noi uomini non possiamo convocare una nostra manifestazione, perché tutte le manifestazioni sono state nostre - abbiamo finito a volte per invadere di forza quelle di sole donne. Non proclamiamo mai di fare qualcosa "in quanto uomini", perché tutto quello che facciamo lo facciamo in quanto uomini. Possiamo immaginare ora che il mondo non ci appartenga più, o almeno che noi tutti, donne e uomini, e cavalli e tonni rossi, gli apparteniamo quanto lui appartiene a noi.
Ci vorrà parecchio tempo, nella migliore delle ipotesi. Però, per uomini fieri e sportivi e azionisti e allegri di minoranza come ci figuriamo, sarà bellissimo dividerci accanitamente sull'accettabilità delle quote celesti, e sfilare con i cartelli che dicono: "Non siamo panda giganti", e alla fine indire cortei in 2.300 città ammettendo, anzi richiedendo, la partecipazione di donne. Da domenica, ci siamo un po' meno lontani.
Desiderio maschile e sessualità del Gruppo Uomini di Viareggio volantino distribuito a Viareggio in occasione del 13 Febbraio
Il Gruppo Uomini Viareggio parteciperà domenica 13 Febbraio 2011 alle 14.30 all’iniziativa pubblica promossa a Pisa dal Comitato Donne 13 Febbraio per esprimere e manifestare una qualità del desiderio maschile diversa da quella che quotidianamente ci viene proposta dalle cronache e dai media.
Diversa come? Diversa nel vivere la relazione fra uomini e fra uomini e donne, guardando in faccia le nostre contraddizioni senza pretendere di sentirsi migliori di altri, ma sentendo il piacere di poter coltivare un rapporto d’amore con l’altra, che può anche essere faticoso, ma che rappresenta l’intima fatica per cui vale la pena vivere.
E’ una pratica di ascolto reciproco e di rispetto della libertà femminile come grande risorsa e come base per uno scambio di esperienze, affetti, pensieri, saperi ed emozioni in un comune processo di crescita.
Per questo diventa centrale il problema della sessualità maschile, che si cerca sempre di evitare.
Il rapporto fra potere-sesso-denaro emerso nelle vicende berlusconiane può essere un modello per molti uomini, che in questo si possono riconoscere, basti pensare al fatto che milioni di uomini italiani frequentano prostitute.
Da sempre, però, si parla delle prostitute, il cliente scompare, l’uomo si dilegua e della sessualità maschile non si parla.
Questo modello, diffusamente visibile nella pubblicità e nei programmi televisivi, ha ridotto l’immagine della donne a “bambole mute e rifatte”, che si somigliano tutte, allontanandosi dalla autenticità femminile.
Corpi vuoti da comprare ed usare per alleviare le fatiche quotidiane e godere di un meritato riposo.
Noi crediamo che tutto quello che il desiderio maschile comporta abbia una grande dimensione politica, non è relegabile, come tanti vorrebbero, a fatto privato.
E’ politica perché ha a che fare con potere, libertà e relazione.
Finché non verrà assunto in questa sua dimensione anche dai partiti politici, saremo costretti ad assistere allo spettacolo di uno sprezzante potere maschile che legifera per sé ed umilia le donne, e anche quegli uomini che vedono il proprio desiderio inscindibile dalla libertà femminile.
G.U.V. (Gruppo Uomini Viareggio) - Associazione Nazionale Maschile Plurale
Il discorso dei disertori (copincollato da http://vogliamotuttopisa.noblogs.org/) (intervento letto al termine della manifestazione in piazza dei Miracoli a Pisa)
13 febbraio 2011
Riguardo alla manifestazione di oggi si detto -giustamente- che era opportuno e necessario che anche gli uomini scendessero in strada, non solo come forma di solidarietà, ma anche e soprattutto per rivendicare un diverso modello di uomo. Vorrei riflettere su questo punto perché mi sembra che tocchi nel vivo il dibattito che ha preceduto questa giornata, e anche perché in generale non si parla abbastanza delle responsabilità e delle interazioni tra i maschi ed il maschilismo.
Qualcuno ha ricordato che il maschilismo e la cultura di discriminazione che vige in italia non è stata portata da Berlusconi, ma piuttosto al contrario, che il premier è sintomo e degenerazione visibile di un fenomeno diffuso, che la commistione soldi-sesso-potere è antecedente e profondamente radicata nella società occidentale. Il potere maschile, o se vogliamo chiamarlo il sistema patriarcale, non è concentrato in un unica persona -Berlusconi- ed in un unico luogo -Arcore-, né discente verticalmente da un’unica fonte. Se fosse così sarebbe semplice cambiare la società, rimuovendo all’origine la fonte e la concentrazione del potere maschile.
Al contrario, il potere maschile è un potere diffuso, distribuito in tutti i rapporti sociali, col quale ci confrontiamo quotidianamente, costantemente, in ogni ambito della nostra vita, lavorativa, relazionale, culturale. Queste relazioni di potere non sono qualcosa di astratto, ma di estremamente concreto: quando parliamo di “cultura maschilista”, parliamo dei comportamenti delle persone, nel modo in cui parlano, in cui vivono, in cui si spostano, in cui lavorano, in cui amano, in cui fanno l’amore, in cui si uccidono. Ed in questi comportamenti, un ruolo lo svolgono -ovviamente- anche gli uomini.
Non voglio dire che gli uomini -tutti gli uomini- siano un esercito od un corpo di polizia dispiegato sul territorio per controllare e reprimere la popolazione femminile, ma che di fatto agli uomini viene proposto -implicitamente- un patto. Ci viene chiesto di aderire ad un modello, ad un sistema di relazioni codificato, o se non si tratta di adesione, comunque ci viene richiesto di riconoscere che quello è il modello, quella è la maniera di comportarsi. In cambio ci vengono offerti dei privilegi, che in qualche modo controbilancino la perdita che abbiamo sofferto accettando di identificarci, se non di omologarci, ad un unico modello.
Questo patto, questa adesione, non ci viene proposta da Berlusconi, o da Lele Mora, o da Emilio Fede. Ci viene proposta dai nostri padri, dai nostri fratelli, dai nostri compagni di studio, dai colleghi, dai conoscenti. Dobbiamo renderci conto che agli uomini viene chiesto di sorvegliarci l’un l’altro, perché nessuna polizia politica potrebbe avere un controllo tanto diffuso nella società come ce l’ha il potere maschile.
Il modello di uomo che propongono i quotidiani è degradante, è vero. Ma come è stato giustamente detto per le donne, non si tratta di recuperare un ruolo perduto, un bel tempo che fu, quando le famiglie erano felici e la società armoniosa, con gli uomini nelle fabbriche e negli eserciti e le donne nelle cucine e nei bordelli. Non si tratta di restaurare niente, perché non è quello il modello in cui ci vogliamo riconoscere. Se scendiamo in piazza oggi, non è per difendere una dignità di uomini offesa, ma per liberarci da quelle relazioni di omertà maschile nelle quali hanno provato ad arruolarci.
Ci hanno armati e ci hanno istruiti per difendere un sistema, e quello che possiamo fare noi altro non è che deporre le armi, che vuol dire rinunciare ai privilegi che ci sono stati concessi -il che non è semplice né indolore. Diventiamo disertori del maschilismo, neghiamo la solidarietà che ci viene chiesta contro le donne, decidiamo che la nostra sessualità e la nostra affettività appartiene solo a noi stessi e non a qualche pubblicitario con manie velleitarie.
Uomini in piazza, per un'altra idea di libertà di Stefano Ciccone.Traccia dell'intervento alla Manifestazione "Se non ora quando?" Roma, Piazza del Popolo, 13.02.2011
La manifestazione di domenica 13 apre uno spazio per affrontare collettivamente l’uso del potere e l’ostentato consumo di corpi femminili come modello delle relazioni tra i sessi.
Come uomo mi sento chiamato in causa perché mi chiede di dire qual è il mio desiderio rispetto al richiamo collusivo di Berlusconi, sento che è in gioco anche la mia libertà, lo spazio per vivere il mio desiderio di cambiamento.
Mi riguarda come uomo ma non per l’ambigua preoccupazione di “difendere la dignità del mio genere”, tantomeno la dignità della Nazione. Mi interessa piuttosto affermare una diversa un‘idea di libertà, di qualità del desiderio, dello stare in relazione.
Non mi convince l’obiezione secondo cui ben altre sarebbero le ragioni per chiedere le dimissioni di Berlusconi. La rappresentazione dei ruoli sessuali nei media e nella scena pubblica, la critica della mediazione del denaro e del potere nelle relazioni tra i sessi sono un terreno di trasformazione che richiede una pratica collettiva di donne e uomini che non va relegato all’insignificanza pubblica e politica.
Ma proprio su questo nodo la politica appare segnata da un analfabetismo incapace di produrre parole adeguate e di riconoscere quelle prodotte innanzitutto dalla politica delle donne.
L’impasse tra giudizio moralistico e indifferenza si è riproposta sulla mercificazione del corpo delle donne nei media e nel riconoscere il nesso tra l’egoismo sociale su cui il centrodestra ha costruito il proprio consenso e quel godimento che non conosce limiti, senza senso di colpa, vergogna cui si riferisce Recalcati sulle pagine del manifesto.
L’immagine di donne che si sacrificano nella professione, nella cura di figli, mariti e anziani non muta lo scenario che attribuisce alle donne il carico della cura e della complementarietà al bisogno o all’appagamento maschile. C’è, infatti, un filo che lega la rappresentazione sociale della madre e della puttana: il sacrificio femminile, la rimozione e l’interdizione di un desiderio autonomo per rinchiudere il destino delle donne nella funzione di cura.
La distinzione tra donne per bene e per male è innanzitutto una scissione nell’esperienza maschile della sessualità e rimanda a una rappresentazione che riguarda il maschile. Affermare che non tutte le donne sono disponibili ha un rischio ma contiene anche un elemento che a me, come uomo, interessa: l’incontro con una donna che dice “non sono qui per corrispondere al tuo desiderio o al tuo bisogno: il mio destino non si esaurisce nella disponibilità”.
Rompendo la fissità dei ruoli di prostituta, madre, cameriera, badante si rompe una rappresentazione, l’aspettativa maschile di un mondo abitato dalla disponibilità femminile e si rimette in discussione l’asimmetria tra donne e uomini. Asimmetria nel desiderio, nel riconoscimento di soggettività e, dunque, nel potere: un unico desiderio e un unico soggetto, quello maschile, che esercita il potere sul mondo e sul corpo femminile riducendo le donne a corpo muto, privo di una sessualità autonoma.
Quanto gioca, allora, in questa vicenda il fantasma della libertà femminile?
Raparelli, sempre su "il manifesto", richiamava l’ansia da prestazione maschile di fronte alla nuova libertà sessuale femminile e il moltiplicarsi dell’uso di protesi e farmaci all’inseguimento della prestazione. La protesi di Berlusconi è il potere.
Un modello maschile basato sul mito dell’autosufficienza, di fronte all’esperienza del proprio limite, della dipendenza ricerca l’esorcismo del potere o del denaro per confermare l’idea che l’altra si possa controllare e comprare: un potere che non riconosce limiti o meglio che alimenta l’illusione di liberarsi dal limite posto dalla relazione e dallo sguardo dell’altra.
Il denaro diviene anche leva di una rivalsa contro il “potere della seduzione femminile” percepito come capace di rompere l’illusione dell’autosufficienza maschile.
Qui emerge il limite di un’idea di autodeterminazione come dominio e proprietà del proprio corpo e del mercato come luogo della libertà in cui l’anonimato del denaro è condizione di libertà e reciproca autonomia tra le persone. Resistere alla riduzione della sessualità a merce non nega la possibilità di giocarla come esperienza autonoma, anche finalizzata al gioco, al piacere senza altre dimensioni che ne fondino il senso. Una sessualità a cui riconoscere un valore autonomo, non scisso dalla relazione ma neanche bisognosa di essere “nobilitata” dall’amore (o dalla finalità procreativa).
Credo si debba cogliere il senso politico di questa contraddizione: riconoscere la dimensione controversa del desiderio (la sua colonizzazione e al tempo stesso la sua potenzialità trasformatrice) per non ricorrere al consumo come modello di libertà e al disciplinamento come antidoto al godimento autistico e compulsivo.
Veronica Lario ha parlato di un uomo malato, altre di un uomo “ingovernabile”, ma non possiamo sottrarci all’ammiccamento di Berlusconi relegandolo nella patologia. Sandro Bellassai, su queste pagine, ha ricordato quanto quel richiamo faccia leva sul senso comune.
Quello di Berlusconi è un comportamento smodato ma tutt’altro che trasgressivo e frutto di un desiderio ingovernabile: corrisponde alla mediocrità che insegue e riconferma la rigida gabbia delle regole tradizionali dell’omofobia, della misoginia, del sessismo.
Così, alla difesa della privacy di chi corrisponde alla norma coincide l’invadenza dello Stato sui corpi e sulla sessualità: proprio Berlusconi e la sua maggioranza hanno parlato del corpo di Eluana Englaro come corpo da imprigionare perché, anche senza vita, avrebbe potuto procreare.
In questa ambivalenza tra “autoritarismo permissivo” e trasgressione omologata sta la natura del Berlusconismo e la sua idea asfittica di libertà secondo cui non hai limiti se corrispondi a un modello tradizionale ma ti è negato qualunque margine di trasgressione.
Se non ci aiuta una rappresentazione delle donne schiacciata tra vittimizzazione e giudizio moralistico allo stesso modo poco ci aiuta schiacciare l’esperienza maschile senza coglierne contraddizioni, conflitti e cambiamenti. I ragazzi che vivono misurandosi con l’espressione sociale del desiderio femminile, gli uomini che tentano di reinventare la propria relazione di cura dei figli sono parte di un mutamento che è in corso ma che non ha visibilità e parole per esprimersi e definirsi.
La costruzione di una diversa parola maschile che non scelga l’autodisciplina ma riconosca come opportunità la scoperta del desiderio femminile è condizione per aprire lo spazio per un conflitto e una relazione tra donne e uomini più fertile.
Dovremmo essere capaci tutti e tutte di portare in piazza questa diversa idea di libertà.
Uomini e no. Il culto del mercato totale Marco Mancassola - il manifesto 13 febbraio 2011
Non me ne frega se lui usa le donne. Ci sono donne che sembrano contente di farsi usare. Non me ne frega neppure se è un cattivo modello: in fondo è sempre stato un punk della politica, uno che sconvolge le regole, uno che occupa le istituzioni e insieme le mette in crisi, fa le corna nelle foto ufficiali e compie gesti sconvenienti. Tanti italiani lo amano per questo. Quanto al fatto che sia al centro di un giro di prostituzione, capirai che scandalo. Siamo un popolo di puttanieri. Le stime nazionali parlano di nove milioni di clienti maschi di prostitute, e anche alle signore piace pagare. In un campione di donne coinvolte in una recente ricerca della sessuologa Serenella Salomoni, il 37 per cento rivela di aver pensato almeno una volta di pagare un uomo per sesso, il 19 per cento lo ha fatto. Infine, se la mettiamo sul fatto delle minorenni, va bene, brutta storia. Ma quante volte tornando a casa di sera abbiamo visto sul marciapiede ragazzine-schiave a malapena sedicenni, aspettare che qualche nostro concittadino le tirasse su - e non abbiamo battuto ciglio? Comunque raccontiamo la storia, ci sono sempre due versioni. La versione di chi si scandalizza e quella di chi non vede motivo di scandalizzarsi, e le due versioni non parlano tra loro. C'è poi la chiave di lettura generazionale, forse più interessante: un sistema in cui la gioventù è merce di consumo estremo, carne da macello a buon mercato usata tanto per riempire reality e talent show, quanto per i festini dei capi. Sullo sfondo, un paese con la disoccupazione giovanile al 30 per cento. Dove le cronache dei movimenti e delle rivolte studentesche di dicembre sono state sepolte e mandate nell'oblio dalle cronache di Ruby e compagne, nuove protagoniste di servizi soft porno sui telegiornali. Anche qui, però, l'anima cinica scrolla le spalle: è il mercato, bellezza. Vogliamo crocifiggere quelle ragazze perché hanno colto l'occasione di farsi strada? Cerchiamo di essere realisti. Torniamo ad esempio al popolo di puttanieri. In un presente labile e precario, è più economico comprare un po' di amore che mettersi a corteggiare qualcuno, uscirci a cena e tutto il resto. Chi ha più tempo per i corteggiamenti? Chi ha i soldi, chi ha la voglia, l'energia? Il mercato vince perché risponde in modo pratico a problemi che la vita non può più risolvere. È troppo tardi per arricciare il naso. Quando abbiamo accettato di vivere in un sistema basato sul mercato estremo dovevamo sapere che tale sistema ha come esito quello di trasformare tutto, appunto, in mercato. E al di fuori del mercato non può restare niente. In questo senso le faccende sessuali del capo sono metaforiche ed emblematiche. Alla fine, la vera domanda sulla quale dobbiamo interrogarci, al di fuori delle belle parole, è se sia naturale contrattare tutto - o se ci siano ancora dei limiti e quali. Ora, l'opposizione italiana guarda ai casi sessuali e li considera un'anomalia, una degenerazione riprovevole, incidentale. Tolto di mezzo questo capo, il sistema ritroverà la sua normalità e potremo ricominciare a parlare dei problemi del paese. Peccato che ci sia poco di incidentale. L'errore prospettico del pallido riformismo italiano è ancora quello di considerare Berlusconi - dopo tutti questi anni! - un incidente di percorso anziché il compimento pieno, logico, estremo di un sistema. Dove per sistema si intende la manifestazione italiana del culto del mercato totale. Non serve neppure scomodare marxismi e liberismi, è una questione di percezioni immediate. Che all'interno di una società ci sia chi consapevolmente sceglie di vendere o comprare non ci turba molto. Ma qui un'intera società ha condotto alla prostituzione di massa: dei corpi, delle menti, delle idee, delle vite, delle giovinezze, di ogni cosa. Siamo tutti carne da macello. Ci piace divorare e farci divorare. Un'opposizione che si limiti a sperare di usare uno scandalo sessuale per togliere di mezzo Berlusconi, senza fare insieme lo sforzo di mettere in campo un'altra idea di società, merita l'accusa di moralismo. La mercificazione estrema del mondo e la democrazia dei rapporti umani difficilmente possono stare accanto. Senza contare la strana capriola, a cui abbiamo assistito in questi giorni, di un Pd che vuole scendere in piazza a fianco delle donne e nel frattempo litiga per l'ennesima volta sulle unioni civili. Allo stesso modo, un movimento delle donne che si limiti ad agitare questioni di rappresentazione - il problema di come le donne vengono rappresentate in televisione eccetera - rischia di mancare il colpo. La cultura del politically correct di sinistra si è concentrata per decenni sul problema di come le cose venivano rappresentate, e ha perso di vista il problema di come le cose venivano vissute. Quello a cui assistiamo è un problema di rapporti democratici: è lecito che un potente possa comprare chi gli pare? È soltanto da una prospettiva di sinistra autentica, cioè pronta a discutere questo sistema economico, sociale, emotivo, che può venire una critica significativa al capo e alle sue varie orge. Tutto il resto scivola via.
Perché ci sarò anch'io in piazza domani, di Sergio Minni, su Facebook 12 .02.2011
Ci sarò anch'io in piazza domani. Assieme alle donne della mia vita - mia moglie innanzitutto - , a quelle che ho rispettato e a quelle che non ho rispettato abbastanza. Ci sarò per una ragione semplice e importante: perché la mia dignità di genere è in gioco.
E' ora che noi maschi smettiamo di nasconderci dietro al femminismo e iniziamo a costruire una nuova teoria di genere che riesca a interpretare e governare il nostro mondo che oramai è diventato una "chasa degli orori" in cui si mescolano sensi di colpa, reazioni primordiali, non detti miserabili. Finora a parte alcune belle iniziative come maschileplurale, è mancato un pensiero autonomo maschile non-maschilista: ce ne sono tracce nella discussione su pacifismo e nonviolenza, nell'universo transgender, ma i nodi non sono stati affrontati: l'enormità dell'evidenza dell'oppressione maschilista ha portato a una giusta decostruzione dei simboli maschili, ma questa decostruzione non è stata accompagnata da una costruzione: si è delegato al femminismo pezzi della nostra identità. Così mentre parte del mondo maschile interiorizzava all'incontrario i pre-giudizi delle donne e tentava faticosamente di trovare un percorso di liberazione personale un'altra parte, intatta, intoccata, ha continuato per la propria strada e cavalcando la tigre che pensa di avere nelle mutande ha costruito una nuova egemonia, tutta tirata verso il basso (ventre), insinuatasi nella nostra vita attraverso televisioni e comportamenti che lentamente hanno costruito un nuovo maschio superpotente, rassicurante, dominante, il MASCHIO ALFA TELEVISIVO. Anche il dibattito maschile/femminile è superato di fronte alla necessità di fermare questa egemonia, che così tanto toglie all'uomo in termini di spessore etico, evoluzione culturale, consapevolezza di sé e della propria complessità irriducibile al fenomeno pur affascinante dell'erezione. NON è in gioco solo il futuro delle nostre compagne: e correremmo un gravissimo rischio di fraintendimento se andassimo in piazza solo per "stare loro accanto", magari "supportandole nelle loro sacrosante rivendicazioni"... Perché forse dovrebbe essere vero il contrario: sono loro ad avere gli strumenti culturali per reagire, li hanno costruiti in anni di faticose elaborazioni, cacciandoci giustamente dai loro luoghi dove eravamo di troppo e proprio per affermazioni come "fateci capire". No, uomini del nuovo millennio intrappolati ancora nel medioevo dobbiamo capire che non possiamo salvarci andando una volta in piazza, che non andiamo lì per dimostrare o esibire qualcosa, ma andiamo lì perché DOBBIAMO IMPARARE AD ESSERE PERSONE, ad AGIRE il nostro essere persone COLLETTIVAMENTE. Il mondo oramai è pieno di uomini che sanno vivere il loro essere maschile con dignità ed orgoglio ma questi uomini non vengono rappresentati, non fanno cultura, esistono soltanto... e solo le loro compagne/mogli/amiche sanno della loro fatica e dei loro trionfi e sconfitte. Questo mondo è minoritario e culturalmente schiacciato sotto il tallone dei vari Lele Mora e compagnia danzante almeno quanto e lo è l'universo femmnile sotto i tacchi a spillo delle escort che in questi giorni sembrano pullulare nelle pagine dei nostri giornali e nelle stanze da letto dei nostri palazzi. Io per questo sarò in piazza domani: per la mia dignità, per la mia sofferenza, per la mia impotenza: e voglio che essa diventi collettiva, che l'urlo di Munch della nostra condizione disperata arrivi anche a chi crede che i sentimenti possano avere un prezzo, che una donna è quella cosa inutile che ruota intorno intorno a una figa. In bocca al lupo maschietti che ne abbiamo bisogno :)
Uomini nel tempo Andrea Bagni, su Facebook 12 .02.2011
Chi si ricorda di Francesco Petrarca?
Erano i capei d'oro a l'aura sparsi
che 'n mille dolci nodi gli avvolgea
e 'l vago lume oltre misura ardea
di quei begli occhi, ch'or ne sono sì scarsi
Ora il tempo è passato, la luce degli occhi si è un po' affievolita. La donna porta i segni dell'età.
E l'uomo? Il prodotto non è più in garanzia ma oggi il consumatore finale può ricorrere alla rottamazione. Il vecchio Francesco no.
Uno spirto celeste, un vivo sole
fu quel ch'io vidi: e se non fosse or tale,
piaga per allentar d'arco non sana.
La ferita dell'amore mica si chiude se colei che l'ha accesa non è esattamente più la stessa: l'arco si è allentato ma perché fa parte della vita, è la vita. L'alternativa sono i volti plastificati della carta patinata o della tivù. Quelli non invecchiano. Fatima Mernissi ha scritto che alle donne islamiche è negato lo spazio, a quelle occidentali il tempo. Proibito invecchiare.
Bisognerebbe fare un corso politico di letteratura d'amore. Ci libererebbe da molte miserie.
Perché qui sul pianeta terra, l'Italia è un casino.
Da una parte il potere allo stato nudo di chi pensa di poter tutto comprare, avvocati e deputati come corpi giovani di donne. Pagando con bonifici, ruoli in televisione o posti in parlamento. Non c'è differenza, tutto è merce. Dall'altro la denuncia scandalizzata delle orge, il sesso come peccato, l'invito ad andare a letto presto, il catalogo delle professioni nobili accanto a quelle maledette. Come il sesso fosse sempre cosa scandalosa e sporca, e le donne sempre sante o puttane.
Al centro (ma decentrato dallo scandalo) il tradizionale immaginario maschile che si compiace del suo dominio, fa l'amore con quello, celebra il suo potere d'acquisto, giovani fanciulle da tenere sulle ginocchia – come nelle barzellette dell'italietta anni cinquanta o dell'Italia uno anni ottanta.
Il sesso è potere. Ciò con cui si paga e per cui si offre. L'oggetto oscuro del desiderio, l'equivalente universale. Non è questione solo di denaro: è in gioco il possedere e l'apparire, far parte della corte – cioè l'esistere. E la politica si fa corpo, incarnazione, lifting, amore delle masse.
Gli uomini stanno a guardare lo spettacolo del re nudo, un po' invidiosi del potere che vince l'impotenza, riconoscendo nel consumatore finale un'immagine del proprio album di famiglia. Forse anche spaventati dalla capacità di marketing di queste spavalde imprenditrici di se stesse: ragazze-immagine, escort raffinate che sanno quello che vogliono e non regalano nulla al “vecchio culo flaccido”. Mica le puttane di una volta.
Però noi uomini – non solo maschi - ci stiamo malissimo in questa rappresentazione.
Amiamo la libertà, non il potere. Almeno ci proviamo. La libertà nostra e delle donne. Senza altre e altri non si è liberi, si è soli. Il sesso, l'amore, sono incontro e creatività, invenzione infinita, immaginazione al potere – oppure lo squallore miserabile di chi riduce tutto a merce. Ad Arcore come a Mirafiori. E sogna di poter ordinare carezze come terapia contro la solitudine. Di poter acquistare senso per la propria vita come su uno scaffale di ipermercato. Di poter vincere la propria finitezza, i propri limiti, come se si potesse accedere all'immortalità attraverso il consumo dei corpi giovanili.
Non funziona così. Non si può vivere così la vita. Così si uccide, prima dentro di sé poi negli altri. Nelle altre.
Dentro una miserabile compra-vendita di prestazioni sessuali o professionali maschili o femminili, da igieniste dentali, avvocati servi e giornalisti pure, in quello scambio la vita è azzerata, ridotta a televendita. La dignità non è una questione di decoro ma di libertà e autenticità: del coraggio di esistere in proprio, dell'onestà intellettuale, della libera invenzione di sé. Per le donne e per gli uomini.
Berlusconi offende anche noi. Anzi noi soprattutto.
Riduce l'immaginario maschile a un gioco fondato sull'umiliazione dell'altra. Sull'affermazione di sé. È amore solo per se stessi. È paura. Incapacità di affrontare la libertà delle donne e la nostra: la nostra parzialità di uomini. Paura dei sentimenti. Della esposizione alla sofferenza. E invece in quello sporgersi fuori di noi, fuori del potere, sta la nostra libertà: la possibilità di un incontro vero, alla pari, fra diversi. La creatività possibile delle scoperte e dei giochi. L'invenzione di un rapporto aperto dove si può essere veramente se stessi.
Non si è liberi come uomini senza la libertà delle donne. Si rimane inchiodati a un ruolo, tristi e depressi anche se è un ruolo di potere. Proprio perché è un ruolo di potere.
Se Berlusconi è per certi versi il nostro specchio, è uno specchio deformante, l'immagine della nostra (sotto) cultura. Noi quello specchio lo dobbiamo rompere. Forse ci aiuterà a liberarci non solo da Berlusconi ma anche dal berlusconismo. Che è un nemico più insidioso. Interno.
La dignità maschile nel berlusconismo al tramonto, di Gianni Scotto pubblicata su Facebook il 12.02.2011
Domani 13 febbraio manifesterò anch'io, insieme a - credo - molte migliaia di uomini. A essere in crisi è l'identità maschile, a dover riscoprire e affermare la propria dignità siamo noi uomini. L'era del bunga-bunga è il colpo di coda, terribile e ridicolo a un tempo, del patriarcato italiano. Dobbiamo, da uomini, sottrarci ed essere contro.
Per fortuna, non provo alcuna invidia per una persona abissalmente sola, che tutto deve comprare - perfino l'applauso e l'approvazione dei commensali! - e tutto finisce per corrompere. Pensare che uno dei suoi amici più intimi pare abbia addirittura lucrato su un prestito dato a un mezzano.
Provo molto dolore a vedere i tratti del volto di ragazze giovani deturpate dalla chirurgia classica, i corpi e gli abiti "normati". Loro scelta, si dirà. Ma come non vedere la violenza culturale e di struttura, che rende attraente e logica la prostituzione, il mercimonio di tutto - perfino della propria faccia? Due anni fa Noemi era bella.
Mi dispiace sinceramente che tra i maschi in italia ci siano le complici strizzatine d'occhio, i colpetti di gomito degli invidiosi, o le spallucce di chi la sa più lunga, ché in fondo il mondo è sempre andato così. Mi amareggiano le voci di alcuni uomini, con qualche anno più di me, che la prostituzione con il premier delle loro figlie arrivano ad augurarsela.
Io lo so che questa epoca ha i giorni contati. In tanti ne siamo già fuori, molti stanno per risvegliarsi bruscamente.
Perché mi guardo intorno - i miei studenti, i padri delle compagne di asilo di mia figlia, la mia faccia nello specchio che tante volte non mi piace - e vedo tutt'altro. Vedo la fatica di vivere amare crescere invecchiare, la dignità di chi continua a essere qualcuno. Vedo l'amore delle sei e mezza di mattina, del biberon alle due di notte, l'amore del letto caldo, l'amore della chemio e della depressione, l'amore nella vita e nella morte.
E Berlusconi, di tutto questo, che cazzo ne sa?
Uomini e no Il Lele Mora ch'è dentro di me Christian Raimo - il manifesto 12 febbraio 2011
Sembra che per almeno una settimana, anche nel discorso pubblico, si parli di politica, si faccia teoria, si discuta di idee... La manifestazione indetta dalle donne per domenica è passibile di mille critiche, e certo ha a che fare con l'emergere di un impegno e di una riflessione carsiche e non con l'illuminazione sulla via di Damasco di donne che «dicono basta», ma forse proprio per questo sta avendo il merito - all'interno di un'opinione mainstream qurisucchiata dall'indignazione a comando o dall'abitudine al cinismo - di dare la stura a un dibattito vivo intorno ai corpi, ai desideri, ai modelli di vita, ai rapporti tra i generi e tra le generazioni. In piazza saranno in molte, dalle femministe di prima seconda e terza generazione a chi semplicemente non vuole assomigliare a una vergine da sacrificare al Drago. Su facebook questo ha significato per migliaia di donne rivendicare un canone femminile alternativo, attraverso un semplicissimo gesto: sostituire alla foto del proprio account un'icona della femminilità diversa da quella propalata da starlette dalle labbra rifatte. Da Ipazia a Simone De Beauvoir, da Cristina Campo a Alda Merini a Margherita Hack. Che c'entro io? Da maschio ho riflettuto a mia volta su quale immagine avrei messo a contrappuntare il mio profilo. E ho pensato che dal brodo di quest'esplosione italiana di oscenità pubblica e di relativo sdegno sarebbe bello se scaturisse l'occasione non solo per rivendicare la propria vilipesa parte migliore, ma anche per fare i conti con la propria oscena parte peggiore. Insomma, se da una parte io posterei sul mio account la fotina di John Cassavetes o David Foster Wallace o Paul Ricouer o chissà quale altro eroe culturale, dall'altra ci piazzerei il faccione di Lele Mora. Lele Mora, sì. Cosa vorrei che mi accomunasse a Cassavetes, Wallace, Ricoeur non è importante; più significativo, credo, è quello che invece mi rende simile a Lele Mora, a Berlusconi, a Corona, a Bartolo... Apparentemente io e Lele Mora siamo distanti anni luce. Siamo esemplari di due contesti italiani coesistenti ma impermeabili tra loro. Due universi distinti. Abbiamo visioni opposte del mondo, della morale, apparteniamo a due classi sociali che non si toccano, non abbiamo nessuna amicizia in comune, disponiamo di conti in banca incommensurabili... Ecco: gran parte delle manifestazioni antigovernative degli ultimi mesi e anni, tutto l'antiberlusconismo morale, di stile, di gusto, di decenza, di genere, ha confermato questa partizione: c'è un mondo di Minetti e Lele Mora da una parte e poi c'è un altro mondo, con altri valori e altro stile dalla parte opposta. I degni e gli indegni. Gli stilosi buoni di cuore e i cafoni. La fotografia dell'Italia che vien fuori dai Palasharp, dagli elenchi tv di Saviano e Fazio, dalle paginate di appelli contrapposti sui giornali, e speriamo non anche dalla manifestazione di domenica prossima, rischia di assomigliare a questo schema. Uno schema che magari ci dà la possibilità di rendere denso un sentire comune - offeso dallo schifo dei bunga bunga e delle polverine nei bicchieri - ma non si rivela molto utile né a capire la realtà che ci circonda né a contrastare veramente il berlusconismo culturale e Berlusconi in sé. Perché io e Lele Mora qualcosa in comune ce l'abbiamo, devo ammetterlo. Io e Lele Mora siamo due consumatori. Alle volte due consumatori compulsivi. Di quelli che guardano il consorzio umano come un catalogo di Postal Market. E se lo stile di Lele Mora lo conosciamo ormai dalle intercettazioni delle olgettine, forse è il caso che vi racconti quello che potrebbe essere il mio, in una settimana come un'altra. Io potrei, per esempio come ieri suggeriva Repubblica per San Valentino, comprarmi l'application Love Vibes per Iphone, che consente di ricevere un giudizio sulla propria prestazione amorosa (http://www.repubblica.it/tecnologia/2011/02/07/news/app_san_valentino-12166419/?ref=HRERO-3). Potrei fare una pausa in ufficio e scaricarmi dal Corriere.it il video settimanale di Novella Duemila che mi fa sapere che Belen ha superato la Canalis nelle preferenze dei lettori (http://video.corriere.it/belen-scavalca-canalis/509ad882-3462-11e0-89a3-00144f486ba6). Potrei rivedermi ancora una volta sul sito della Stampa (http://multimedia.lastampa.it/multimedia/in-italia/lstp/19483/) le 19 foto di Sara Tommasi (una vestita da infermiera, una a tette all'aria, una versione segretaria, una in cui lecca ammiccando una paletta sporca di gelato, una in cui dà un bacio lesbico a una bionda...). Oppure potrei leggermi la rassegna stampa a firma Beatrice Borromeo sul Fatto quotidiano, (http://ilfattoquotidiano.it/blog/BBorromeo/), articoli che mi sembrano sempre scritti da una modesta penna liceale e domandarmi ma perché ci sono così tante mie coetanee brave giornaliste che conosco che non scrivono al posto suo; e così, saltando senza pensare da un sito all'altro su internet, potrei finire con lo spizzarmi un po' di sue foto in pose sexy , e poi girare da un sito all'altro in cerca di altre celebrities. Oppure semplicemente telefonare al numero che ho trovato sul Messaggero di «massaggi integrali fatti da un italianissima». Oppure ancora, sempre prendendo spunto dai suggerimenti di Repubblica e Corriere, decidere di iscrivermi a siti di incontri on-line, a parship.it, a meetic.it... E avere ogni giorno da sfogliare migliaia e migliaia di profili di «donne che ti vogliono conoscere!» e alle quali «il mio profilo è piaciuto moltissimo!». O scattare un po' di foto al mio uccello e iscrivermi a un sito di annunci erotici come AdultFriendFinder (in Italia come me l'hanno fatto sette, otto milioni di persone). O accettare il fatto di essere stanco e masturbarmi davanti a youporn. Dopo aver passato la settimana feriale in questo modo potrei anche andare domenica a manifestare per la dignità delle donne. Dopo un brunch con le amiche dalle parti di San Silvestro, sperando nella bella giornata. Ma, svolto il mio dovere civico, vorrei esprimere un desiderio: vorrei che su quel palco salisse, per esempio, nella «quota immigrati che per la political correctness non manca mai», non, come pare che sia, una donna medico congolese che ha avuto riconoscimenti dal presidente della Repubblica in persona; ma una casalinga del Maghreb bocciata all'esame di lingua italiana sostenuto per vedere prolungato il suo permesso di soggiorno, o una puttana nigeriana, o persino l'ultimo camionista ucraino che ha contrattato sul prezzo per farsela. In realtà, mi spiace molto ammetterlo, alle volte ho molto più in comune con loro. Con quelli che sanno, come dire, di non stare dalla parte migliore.
Per soli uomini, di Andrea Bianchi pubblicato l' 11.02.2011 su http://italia2013.org
Glii uomini in piazza domenica prossima saranno molti, moltissimi. Ma c’è qualcosa che non convince nelle adesioni (maschili) alla mobilitazione promossa da DiNuovo. Perché se è vero che, come sottolinea il documento dell’associazione, “il modello di relazione tra donne e uomini, ostentato da una delle massime cariche dello Stato, incide profondamente negli stili di vita e nella cultura nazionale, legittimando comportamenti lesivi della libertà delle donne” è verissimo che “senza quasi rendercene conto, abbiamo superato la soglia della decenza”. Ma ad uscire a pezzi dalle notti di Arcore, di Palazzo Grazioli, di Villa Certosa è probabilmente più l’immagine maschile che quella femminile. Così resto un po’ sorpreso (sono riflessioni che impongono la prima persona) nel leggere pagine e pagine firmate da donne e poche, pochissime, riflessioni di uomini. Al più ci si vergogna di essere italiani, ma in pochi ci vergogniamo di essere maschi italiani. Gli uomini utilizzano categorie neutre per riflettere sulla vicenda Ruby – la crisi della sinistra, l’impasse della cultura progressista, le responsabilità dei media – oppure scaricano responsabilità (e coscienza) sulle occasioni perdute della cultura al femminile (lo ha fatto qualche giorno fa Antonio Polito sul Corriere).
Questa rappresentazione è fuorviante.
Perché la posta in gioco oggi – se non ora quando? per riprendere il titolo del documento – è la dignità maschile. La possibilità di ri-cominciare a riflettere sul potere che si fonda su un dominio antico, quello di un sesso sull’altro. Non tocca a me giudicare i rilievi penali delle notti di Arcore, ma arrossisco di fronte alla gigantesca rilevanza politica di quei fatti spesso derubricati a barzelletta (le racconto anch’io). Gli ultimi trent’anni della vicenda italiana sono quelli del tele-dominio, dei modelli imposti per spot, del declino apparentemente inarrestabile degli intellettuali, del vuoto del pensiero critico, della rottura del nesso tra politica e cultura – su questo restano illuminanti le riflessioni di Alberto Asor Rosa ne “Il grande silenzio. Intervista sugli intellettuali” – ma sento che, anche qui, si corre il rischio di accontentarsi, di restare in superficie. Occorre immergersi e, in apnea, riportare a discorso pubblico (e politico) le forme del desiderio maschile (che è più antico delle televisioni del Biscione), l’idea stessa di relazioni, di potere, di libertà. Dovremmo cercare di farlo insieme in quella dimensione collettiva che è poi la politica. E lo dovremmo fare come uomini prima ancora che come cittadini. In questo senso è esemplare la riflessione del direttore di Europa, Stefano Menichini – “Se io facessi come lui” – di mercoledì scorso.
Un’occasione ci arriva, ancora una volta dalle donne. Da quelle di DiNuovo che ci dicono: “E’ tempo di dimostrare amicizia verso le donne”. Ci chiedono amicizia, nonostante tutto. L’amicizia è un sentimento – come l’amore – che può nascere, crescere e vivere solo tra uguali. Tra pari, certo nella differenza di genere. Gettiamo via, come ci suggerisce Maschileplurale, un’associazione che da una quindicina d’anni lavora su questo terreno impervio, la falsa alternativa tra consumo del corpo delle donne e autocontrollo perbenista. Cito uno stralcio dalla lettera “Da uomo a uomo” del Novembre 2009: “Quando assisto dell’ostentazione di chi usa soldi e potere per disporre delle donne, sento che quell’ostentazione è misera, squallida ed anche triste. Sono secoli che gli uomini comprano, impongono, ricattano e scambiano sesso per un posto di lavoro o per denaro. La novità sta nel vantarsene strizzando l’occhio agli altri uomini in cerca di complicità. Non ci stiamo, e non per invidia o moralismo. Non ci interessa l’alternativa tra consumo del corpo delle donne e autocontrollo perbenista. Al potere preferiamo la libertà, la libertà di incontrare il desiderio libero delle donne, ed eventualmente il loro rifiuto”. Se riusciremo a capire che i nostri desideri di uomini sono insicindibili dalla libertà delle donne riemergeremo dall’apnea. Con un segno concreto di amicizia verso le donne.
Come uomini ci saremo, non solo per solidarietà e non solo contro Berlusconi (Gli uomini dell'Associazione x sinistra unita e plurale di Firenze- Rete@sinistra) - 11 febbraio 2011
Domenica 13 ci saranno una catena di manifestazioni indette dalle donne contro Berlusconi, contro il Berlusconismo, contro lo sfruttamento della donna.
Ogni volta che si levano le voci di chi è sfruttato, ogniqualvolta ritorna prepotentemente la loro analisi, in questo caso un'analisi di genere, si apre un dibattito ampio, acceso e conflittuale nel merito. Un dibattito che non si deve esaurire intorno al sultano e la sua corte ma che deve mettere in crisi tutti gli aspiranti rais e le relazioni, di potere e non, fra i generi. Il tempo del dibattito però non sarà domenica: il 13 saremo in piazza insieme alle donne ed invitiamo tutti ad esserci come uomini, il problema ci riguarda direttamente.
All'appuntamento fiorentino ci saremo con uno striscione con su scritto "Essere uomini non solo maschi".
Gli uomini dell'Associazione x sinistra unita e plurale di Firenze- Rete@sinistra
http://xsinistraunitaeplurale.it/ http://www.forumsinistra.it/web/
Uomini e no. L'osceno godimento del tiranno Massimo Recalcati - 10 febbraio 2011
Dalla parte degli uomini le notti di Arcore aprono un interrogativo serio che scuote innanzitutto la natura inconscia del fantasma maschile: perchè limitare il godimento a una sola? Perchè non possederle tutte? Silvio Berlusconi non realizza forse perversamente questo fantasma che i nevrotici possono solo coltivare nei loro sogni? Il godimento fallico è infatti un godimento che dà luogo ad accumulazioni seriali, anonime, ripetitive, dove ciò che conta è il consumo appropriativo dell'oggetto elevato a feticcio. Lacan stigmatizzava il godimento fallico come godimento dell'idiota. Godimento dell'Uno da solo, masturbatorio, godimento dell'Uno senza l'Altro. Nel godimento maschile chi gode è infatti solo l'organo. I resoconti dei testimoni di quelle notti sembrano dare credito a questo inseguimento farsesco della potenza idiota del godimento fallico mostrandone anche la disperata solitudine che fatalmente lo circonda. Il godimento fallico, vero tarlo della psicologia maschile in quanto tale, se è godimento dell'organo è un godimento che non stabilisce legami, evitando accuratamente il rischio del desiderio e dell'amore. Il protagonista di quelle notti sembra infatti dedicarsi più a coltivare la potenza virile del proprio organo (drogato, stimolato, idolatrato) che a qualunque forma di scambio. Il denaro serve a dare credito all'illusione del suo fascino irresistibile. L'idolo fallico diventa così un parafulmine della sciagura inaggirabile del tempo e della morte. È ciò che la finezza tragica e farsesca di Fellini mette in forma magistralmente nella scena finale del suo Casanova: il rapporto umano ed erotico tra i corpi lascia il posto all'incontro con la macchina senza vita e senza cuore del puro godimento.
Il consenso apparentemente inespugnabile di cui gode Silvio Berlusconi va tarato anche sulle dinamiche pulsionali della nuova psicologia delle masse dove il capo non è più l'emblema dell'Ideale, della Causa o, più semplicemente, di una concezione del mondo - com'era ancora nella nostra storia più recente -, ma è l'incarnazione perversa di un modo di godimento che non conosce limiti, senso di colpa, vergogna. La fascinazione che questo potere emana non deve essere sottovalutata perché si radica nel cuore più pulsionale dell'essere umano: perché mai limitare il godimento dell'Uno, perché rinunciare a godere di tutto (o di tutte)? Per quale ragione? Per quale civiltà? Per quale Dio? L'etica post-ideologica, orfana di tutti i suoi ideali, confrontata, come direbbe Sartre, con la drammaticità del cielo vuoto sopra le nostre teste, è davvero in grado di rispondere sensatamente a questa domanda che il berlusconismo pone così scabrosamente? Lascio volutamente aperta questa questione cruciale per toccare almeno un altro punto che mi sta a cuore.
Diversamente da quello che ritiene una cultura falsamente libertaria, l'esperienza della psicoanalisi insiste nel mostrare che il sesso senza amore tende alla serialità anonima, spinge a ricercare compulsivamente il «nuovo» senza considerare affatto che questa mitologia del «nuovo» e del sesso senza amore perpetua in realtà sempre la stessa insoddisfazione mortifera. Qui possiamo toccare un punto sensibile relativo alla differenza tra i sessi: il femminile esige che l'amore si annodi al godimento; il maschile teme invece questo annodamento e tende a separare l'amore dal godimento perché l'accesso all'amore appare ingombrato dalla presenza del fallo e dalla sua idolatria. Se il godimento dell'idiota non arretra, se l'ingombro fallico persiste a ottundere il corpo e la mente rendendo anche la fantasia erotica schiava delle sue condizioni feticistiche, se, insomma, il corpo erotico del desiderio non si lega alla dimensione dell'amore, il rischio è che ciascuno diventi sadianamente oggetto di puro consumo per l'altro. L'amore è amore per il nome, diceva Lacan. L'amore è sempre amore per il dettaglio, per gli aspetti più particolari, singolari, irripetibili di una vita. L'amore non è mai amore dell'universale. Non esistono partiti dell'amore. Solo il tiranno dichiara retoricamente il proprio amore sconfinato per il suo popolo (facendo in realtà i suoi interessi più personali). Solo il tiranno gode degli altri che lo circondano come puri oggetti interscambiabili, anonimi, privi di un nome proprio, pezzi di corpo, macchine sessuali. Se l'amore è per l'uomo un modo per dare senso alla rinuncia al proprio godimento immediato, per svuotarsi del proprio ingombro fallico, per accedere all'incontro con l'altro, la corte del tiranno bandisce l'amore oltraggiando anche, e non a caso, il valore simbolico della paternità. «Papi» è il significante che rivela più apertamente il carattere osceno e incestuoso dell'«utilizzatore finale». Come raccontava una mia paziente a proposito della frase che un padre tirannico le rivolgeva in ogni occasione di insubordinazione: «io ti ho fatta e io ti distruggo!».
Come cacciare il Sultano senza tenersi l'a.d. Luca Casarini - il manifesto 10 febbraio 2011
Le compagne e i compagni che animano il percorso di uniticontrolacrisi a nordest, il 13 febbraio saranno nelle piazze delle proprie città. Il nostro slogan unisce Berlusconi a Marchionne e rivolge ai due insieme la perentoria richiesta che se ne vadano. La decisione di partecipare alla giornata di mobilitazione vuol essere un contributo a un dibattito pubblico composto di tante voci e sfumature. Il 13 febbraio cade nel contesto di un vasto movimento di opinione che comincia a rendersi visibile attorno alla richiesta di dimissioni del premier. Quando l'opinione assume fisicità e si organizza, siamo in presenza di una transizione, da rappresentati a coloro che vogliono rappresentarsi da sé, che manda in crisi il meccanismo di cattura dell'opinione tradizionalmente legato al sistema dei partiti. La movimentazione sociale che chiede le dimissioni di Berlusconi è frutto della crisi dei partiti della sinistra, non delle loro tattiche. Le persone disorientate che da un palasport a una piazza televisiva, davanti a un tribunale o dentro una fabbrica, si manifestano cercando ciò che non trovano più nella delega, vanno affrontate dotandosi di umiltà e determinazione, sentendosi parte dei destini e delle incertezze che vivono dentro questa spinta. I partiti dell'opposizione inefficace le rincorrono: come a Genova, vi ricordate? Lo fanno sempre in maniera scorretta, non c'è da fidarsi perché il loro problema è che l'avvento dell'opinione decisa ad autorappresentarsi ne mette in discussione gruppi dirigenti, organigrammi consolidati, potere personalizzato, procedure. Non si tratta di voler fare tutto da sé - il rapporto complesso tra tumulto e democrazia perfino l'Egitto ce lo mostra - ma di costringere partiti e politica a diventare altro, uno spazio percorribile del comune politico invece che «organizzazione privata».
La «rincorsa» disonesta si avvale di trucchi, come quello che vorrebbe consegnare il 13 febbraio a un antiberlusconismo possibile solo come sacralizzazione istituzionale, tale da giustificare Sante Alleanze che vanno dalla Chiesa ai fascisti neo rautiani di Fini a chi si definisce democratico. O il tentativo di far arretrare il dibattito di genere, trasformandolo in una disputa tra donne perbene e puttane, o tra maschi opportunisticamente rispettosi o sfacciatamente laidi, dimenticando che gli stupri si commettono tra le mura domestiche e che la questione della differenza sessuale, affrontata in maniera formidabile dal femminismo negli anni '70, oggi è da reindagare all'interno delle categorie che segnano il passaggio da un potere a un bio-potere, un capitalismo che sussume l'intera vita e e si alimenta delle mutazioni antropologiche dell'essere umano.
Ridurre a moralismo la discussione sui festini di Arcore toglie di mezzo Marchionne: questo è il grande problema del Pd, che deve dire di no a Berlusconi, dicendo di sì al modello feroce di liberismo che l'a.d. della Fiat incarna. Ecco perché senza un'alternativa di società, l'opinione ridiventa carburante per il consenso dei partiti, e non può trasformarsi in qualcosa che cambia il nostro vivere collettivo. Quella che dalle notti del «vecchio flaccido» traspare con tutta la sua violenza è la diseguaglianza sociale all'ennesima potenza: milioni di euro buttati in faccia come sassi a chi non arriva a fine mese, a chi per un salario deve accettare di cedere diritti e dignità. Il possesso del corpo altrui è il disporre della vita altrui. E' la ricetta di Pomigliano e Mirafiori, l'uso della crisi per precarizzare l'intero corpo sociale. La rendita finanziaria, dalla quale dipendono gli enormi guadagni di Marchionne e Berlusconi, descrive l'economia di questo sistema. Berlusconi non va banalizzato: svolta quando diventa imprenditore del lavoro cognitivo, trent'anni fa, e mette a valore tramite le sue televisioni le relazioni, i sogni, i desideri di una intera società. Non solo, li produce, li orienta, li trasforma. Coglie fino in fondo la potenza produttiva della comunicazione nell'organizzare la nuova società dei media e dell'informazione. Elementi da tardomedioevo si mescolano, financo nelle biografie di questi nuovi capitalisti, a quelli legati alle visionarie e tecnologiche interpretazioni del futuro; proprio come accade con Marchionne, il top manager con il maglioncino, che unisce abilità di broker ad avidità di vecchio rentier, facendo credere di vendere auto. Dire no a Berlusconi e a Marchionne nelle piazze del 13 può aprire confronto e dibattito. Abbandonarle le consegnerebbe al teatro di operazioni politiche e culturali che non indicano alternative, se non persino peggiori dell'esistente.
Sulla manifestazione del 13 febbraio Alberto Leiss Intervento pubblicato sul quotidiano online ligure “mente locale” ttp://genova.mentelocale.it/ 09.02.2011
Domenica 13 molte donne, e forse anche molti uomini, scenderanno nelle piazze delle città, Genova compresa. Lo scandalo cosiddetto “Rubygate” sta provocando una grande mobilitazione e una grande discussione (vedi per esempio il sito www.donnealtri.it) , e anche – a mio giudizio – una certa confusione. Mi auguro comunque che questo confronto pubblico possa farci fare – uomini e donne – un “passo in avanti”.
Per questo però è necessaria la sincerità e la precisione, per quanto è possibile, nel linguaggio, giacchè lo spettacolo di Arcore – a meno di non liquidarlo molto semplicemente: un premier non può comportarsi così - può toccare nel profondo ognuno di noi in quella zona spesso opaca dove giocano la sessualità, il desiderio, l’etica, la politica.
Le iniziative che ora confluiscono nella manifestazione del 13 sono partite, da un punto di vista linguistico, con il piede sbagliato. Si sono contrapposte le donne “per bene” che lavorano in casa e fuori casa prendendosi cura delle loro famiglie a quelle “per male” che intrattengono rapporti col Premier, oppure che non si dissociano da lui. Si è parlato soprattutto della dignità delle donne ( e assai meno di quella dei tanti uomini che reggono la coda al Cavaliere). Si è detto e si continua a ripetere che il “bunga bunga” sarebbe lo specchio di un’Italia quasi completamente alla deriva, attraversata da una “mutazione antropologica”.
Non credo che le cose stiano proprio così. Il consenso di cui gode Berlusconi è alto, ma per lui e il suo partito vota comunque una minoranza di italiani e italiane. Il vero problema è che chi critica e chi si oppone a Berlusconi, per tanti giustissimi motivi, in tutti questi anni non ha saputo ancora elaborare una proposta politica credibile, soprattutto agli occhi di quei ceti popolari che dovrebbe rappresentare. Per non dire che quando il centrosinistra ha governato – attuando peraltro politiche più serie e efficaci di quelle del berlusconismo – è riuscita a danneggiare autolesionisticamente se stessa: dalla fine precipitosa imposta al governo Ciampi nel ’94, all’autogol del primo governo Prodi dopo l’introduzione dell’Euro, alle dissennate risse nella maggioranza del secondo Prodi… Come meravigliarsi che tanti cittadini si fidino poco di un’alternativa?
Secondo me la radice del problema riguarda la crisi di autorità, nel senso di autorevolezza, che coinvolge l’intero ceto politico maschile, incluso quello di sinistra (il discorso potrebbe essere esteso ad altre strutture del potere: i media, l’industria culturale, la Chiesa, l’Università…). Si è sviluppato un interessante dibattito sull’ultimo rapporto Censis, che per analizzare il malessere italiano è ricorso a concetti psicanalitici come l’assenza della “legge” e del “desiderio”, con il venir meno della dialettica creatrice tra questi due termini, che produce la civiltà. E si è messa questa condizione in relazione alla “evaporazione del padre”.
Negli anni 30 Jacques Lacan legava l’affermazione delle dittature totalitarie alla crisi dell’autorità paterna nella famiglia e nella società. Oggi, in tempi di ancora più marcato tramonto del patriarcato, la storia – nel sempre sorprendente laboratorio italiano – si ripete in termini grotteschi, clowneschi. Berlusconi rappresenta una sorta di “padre osceno”, finge di impugnare i sacri valori della famiglia, e si abbandona pubblicamente al godimento più sfrenato, fino a inciampare prima nella micidiale denuncia della moglie, poi nell’ipotesi di reato di prostituzione minorile. Lascio agli esperti la domanda se in questo comportamento non emerga anche qualcosa di mortifero, oltre che di ridicolo.
La storica Anna Bravo, sulla “Repubblica” dell’8 febbraio, così come Sandro Bellassai sul “manifesto” dello stesso giorno, invita gli uomini, tutti gli uomini, a interrogarsi su che cosa ne sia, oggi, del loro desiderio e della loro dignità. Io spero che le manifestazioni di domenica possano contribuire a spostare su questo la nostra attenzione. La questione che si è aperta – cari uomini - è tutta maschile.
La performance come norma Francesco Raparelli - il manifesto 9 febbraio 2011
Se il tema è la sessualità sicuramente non si parla di politica. Anzi, semmai è la politica, quella seria, ad essere messa da parte. Quando si parla di sesso, di converso, occorre dare la parola alle donne, di certo gli uomini, siano essi «di partito» o «di movimento», hanno cose più importanti a cui pensare. Se questo è un luogo comune, dotato di una straordinaria potenza pratica, vale la pena provarci, da maschio, a prender parola. Proverò a farlo, consapevole della debolezza del mio discorso, non fosse altro perché poco nutrito dalla riflessione collettiva. E cercherò di non scomodare troppo Foucault, per riempire il vuoto o semplicemente per essere all'altezza dell'accademia de noiantri. Primo punto: Berlusconi e le notti di Arcore non affermano la rinnovata potenza del maschio italiano (e di potere), semmai testimoniano il carattere virulento di un epilogo. Indubbiamente nella vicenda arcoriana c'è un maschio anziano, «ferito» dall'operazione alla prostata e dalla fisiologica impotenza senile. Più che D'Avanzo bisognerebbe leggere Everyman (o L'animale morente) del grande Roth per capirci qualcosa! Altrettanto, nella scena cyborg della «pompetta» di Mr B. (metafora sessuale dell'«effetto leva» dei derivati nei mercati finanziari) c'è qualcosa che va oltre il delirio di onnipotenza del «flaccido» raìs in declino. C'è una fottuta paura. Paura di invecchiare, certo. Di più e meglio, una paura, generalizzata e meno situata generazionalmente, di non farcela, di non essere all'altezza della «sfida sportiva». È interessante riflettere, al di fuori degli specialismi (andrologi e psicologi se ne occupano con insistenza da anni), sulla diffusione del viagra e del cialis tra i giovanissimi in età compresa tra i 16 e i 30. Viagra che si aggiunge a cocaina (la cocaina da sola, in «caduta» ansiosa, farebbe disastri), a garanzia di una super-erezione con tanto di euforia e impeto cardiaco: «sono Dio», il pensiero che accompagna la scopata, occasionale o meno. L'ossessione prestazionale è il punto di arrivo della riflessione (?) del maschio sulla nuova scena del desiderio femminile. Laddove il desiderio femminile inventa nuove condotte, diventa discorso e rompe l'ordine simbolico patriarcale, il maschio decodifica: «devo essere imbattibile, altrimenti sono cazzi, ogni fallimento mi costa la carriera amorosa». Una sorta di violenta sessualizzazione dell'orizzonte produttivo contemporaneo: la performance come norma, il successo come imperativo. Peccato, però, che ci passa di mezzo un corpo, meglio, un incontro tra i corpi. È questo incontro, con la sua esteriore e ruvida contingenza, a fare problema, ad essere respinto con forza. Il viagra non risolve una patologia, ma consegna alla necessità l'esito delle proprie scopate. Ad assumere massimo rilievo non è più la combinazione (sia essa affettiva o puramente sessuale, senza alcuna gerarchia, intendiamoci!), ma ciò che l'individuo nella sua solitudine può fare per rispondere adeguatamente all'imperativo prestazionale. Il passaggio dall'adeguatezza al «numero da circo» è breve, i confini si confondono. Ma è sempre l'individuo, irrelato e competitivo (oltre che spaventato e ansioso), che conquista la scena, distruggendo quella sessuale, sempre esteriore, contingente, relazionale. Ciò che spaventa è la combinazione prima che si sia fatta abitudine, dunque meglio evitare brutte sorprese, preferibile la pompetta o l'additivo. E mentre viene sconfitta la contingenza si afferma la rivincita del maschio ferito: super-erezione in risposta ad un desiderio, quello femminile, che si è fatto parola e sperimentazione. Non si tratta, in questo caso, di esprimere dal punto di vista maschile un moralismo speculare a quello di Di Gregorio & co, non è di certo la protesi macchinica o la variazione chimica a fare problema (almeno per quanto mi riguarda), ma l'uso individualistico e risentito che se ne fa. Anche quando si parla di sostanze psico-attive non ho mai avuto dubbi, il gioco vale se si riesce a fare esperienza di sé come singolarità, puro processo produttivo e relazionale, il resto è torsione identitaria e compulsiva: «sono sempre Io, con il mio fottuto piacere». È possibile per i maschi perdere di vista la prestazione e fare esperienza del desiderio, nominandolo? Questo mi sembra il problema che abbiamo di fronte tutti, anche chi non si è applicato pompette e non organizza il Bunga bunga. Secondo punto: le notti di Arcore ci consegnano o riconfermano la miseria dell'immaginario sessuale dei maschi italiani. Confesso, sono cresciuto negli anni Ottanta e guardavo Italia 1. Sì, non ho letto il Capitolo VI inedito del I Libro del Capitale da infante, me ne vorranno male gli operaisti più raffinati, ma tant'è. Italia 1 era Bim Bum Bam, i Puffi alle otto di sera, ma anche e soprattutto Drive in la domenica sera, un vero must, Supercar o Automan (primi esperimenti cyborg), i film di Banfi in seconda serata. Insomma, quando ho letto le ricostruzioni delle serate di Arcore ho colto, nello pochezza, qualcosa di assolutamente familiare: le supertettone del Drive in vestite da poliziotte, Banfi che fa la puntura «di prova» alla sua infermiera con perizoma mozzafiato. Un catalogo di immagini che ci hanno bombardato per decenni trasformate in esperienza reale, attraverso la formula esotica del Bunga bunga. Forse - ed è questa la cosa che conta ? - il premier è l'espressione più matura dell'immaginario sessuale dei maschietti italici. Pecoreccio e turismo sessuale, con minorenni, ciò che non fa scandalo, e che sicuramente non smuove Bertone & co (che di queste cose se ne intendono), è ciò che segna i comportamenti e la miseria di milioni di (maschi) italiani. Non è così? la faccio facile? E perché allora oltre allo sberleffo o all'approfondimento voyeristico, alla solidarietà politically correct nei confronti delle donne o allo sdegno moralistico in salsa patriarcale («mia figlia non te la prendi», cartello esibito nella prima manifestazione del Pd dopo la riesplosione del Rubygate), i maschi non sono riusciti a dire o a fare nient'altro? Su questo penso che le donne e femministe (mi riferisco a Dominijanni o a Muraro, ma non solo) che hanno espresso posizioni critiche dell'appello Se non ora, quando? abbiano ragione da vendere: ad essere afasici sono in primo luogo gli uomini e non le donne. Un'afasia radicata, a copertura di miserie a volte ancora più profonde: come leggere diversamente il ritiro spirituale e cattolico di Marrazzo al seguito dell'inchiesta che lo ha visto protagonista assieme ad un gruppo di trans, quasi tutti rigorosamente uccisi nei mesi successivi, senza gli onori delle cronache? Ma se l'afasia dei maschi di partito è segno di ipocrisia e di grettezza, quella che riguarda i movimenti, «al maschile», non è meno inquietante. Eppure l'afasia, oltre ad essere un blocco insopportabile, può anche essere occasione di invenzione linguistica. Costruire un nuovo immaginario sessuale non è compito esclusivamente femminile, è un problema che riguarda le lotte biopolitiche del nostro tempo! E non capire questa cosa è segno di debolezza, non c'è retorica della serietà (della lotta di classe) che tenga. (una versione più ampia di questo articolo su globalproject.info)
Il nocciolo politico del desiderio maschile Sandro Bellassai* - il manifesto 8 febbraio 2011
Ogni giorno che comincia mi dico: oggi lo faranno. Poi vedo che ancora non l'hanno fatto e non riesco a farmene una ragione. Che aspetta, mi chiedo, la stampa berlusconiana a diffondere un calendario hot con succose immagini di Ruby, e delle tante altre di cui abbiamo visto i nomi e i volti sui media delle ultime settimane? Pensateci un attimo. Migliaia, forse milioni (o magari miliardi?) di uomini correrebbero in edicola: Lui avrebbe praticamente vinto le elezioni senza neanche indirle. Perché ho pochi dubbi che, dalla D'Addario in poi, una buona - anzi buonissima - parte dei maschi italiani abbia trovato interesse per la piccante faccenda anche nel rimirare per quanto è possibile le procacità delle ragazze che Lui si è portato a casa. E che, neanche tanto in fondo, questi uomini abbiano quindi pensato: beato Lui. Del resto, sono decenni che l'audience regge grazie all'esibizione di corpi femminili giovani, attraenti, svestiti e ammiccanti. Non era ancora maggiorenne? Ma, dico, l'avete vista voi com'è fatta? Diciamo la verità: davanti a tutta questa grazia di dio, a chi verrebbe in mente di controllare i documenti? Poi rifletto e mi dico: ma certo, eccolo il perché, la stagione dei calendari è passata da tempo. Non si spiega altrimenti: all'appetitoso articolo non mancherebbe certo il target. Il target siamo noi, ovviamente. Noi maschi italiani, devoti consumatori immaginari di anatomie felliniane, concretissimi utilizzatori finali che compongono uno scenario probabile di 9 milioni di clienti di prostitute. Cittadini di uno stato che fino all'altroieri celebrava giuridicamente il bene prezioso dell'onore, e fino a ieri considerava lo stupro un reato non contro la persona ma «contro la moralità pubblica e il buonconstume». Di un paese in cui ogni due giorni uno di noi, uomini italiani, ammazza la compagna, la moglie, la ex. Noi maschi di un ex popolo di latin lover, di santi e navigatori che ormai da tempo assiste impotente - mai termine fu più puntuale - alla catastrofe della virilità personale e collettiva. Lui non è altro che l'autobiografia sessuale della nazione maschile. Guardiamoci negli occhi, maschi: quanti di noi sotto sotto lo invidiano? Non avete proprio mai sentito al bar, al lavoro, in palestra, un altro uomo che lo ammettesse? Quanti, siano di destra o di sinistra poco importa, magari non vorrebbero proprio essere al suo posto, ma in fondo lo capiscono, o comunque non vedono tutto questo scandalo? Se scandalo c'è, secondo costoro viene dal fatto che la scabrosità (dettagli, conversazioni, immagini) è stata messa in piazza; e comunque, si sa, da che mondo e mondo le storie boccaccesche scandalizzano i moralisti. Gli illuminati comprensivi, fiorenti questi soprattutto nel centrosinistra, invece non moraleggiano (non adesso, almeno: non stiamo certo parlando di unioni di fatto o fecondazione assistita) e cavallerescamente evitano di affondare il colpo contro l'avversario in oscene ambasce, perché tra ufficiali - maschi - si usa così, o contro le sciagurate di manzoniana memoria, perché non siamo più nel secolo di Gertrude ma in quello modernissimo delle escort. A me tuttavia pare che non si tratti di colpire maramaldescamente un uomo per la sua immoralità, né di sorvolare paternalisticamente sulla virtù delle donne. Da sempre, in pratica, il discorso maschile sulla prostituzione è un discorso sulle prostitute: il cliente scompare, l'uomo è come sempre invisibile, della sessualità maschile non si parla. Non ci vuole molto per vedere come l'immaginario maschile sia il grande rimosso di questa storia, e se le cose stanno così parlare di Lui, da uomini, è difficile perché significherebbe forse dover parlare anche di noi stessi. Di noi stessi in quanto esseri umani sessuati, intendo: cosa a cui non siamo molto abituati, e forse anche chi sarebbe disposto a provarci, una buona volta, esita perché non sa da che parte cominciare. Troppo forte, per provare a tenersi in un'orbita di lucida autenticità, è la doppia attrazione gravitazionale del moralismo di chi definisce Lui malato e del virilismo spavaldo di chi lo chiama beato. Ma ho l'impressione che molti uomini, o comunque molti più uomini di quanto possa apparire, potrebbero oggi voler cogliere l'occasione di questo squallore maschile per parlarne in forma né moralistica né virilistica. L'occasione, insomma, di avvicinarsi al vero nocciolo della questione (così avvicinandosi, forse, anche un po' più a se stessi): il desiderio maschile. Che è questione politica tout court, naturalmente, e quindi può essere affrontata davvero fino in fondo in un confronto collettivo; la politica non essendo, io penso, una dimensione del cambiamento che si possa più di tanto praticare in solitudine. È anche per questo motivo, peraltro, che alcuni di noi hanno creato uno spazio politico come «Maschile plurale», in cui ormai da vari anni tentiamo di confrontarci fra uomini sulle relazioni, sul potere e sul desiderio. Quella del desiderio maschile è una dimensione politica, in quanto dimensione del potere e della libertà, che può anche risultare scomoda quando ci costringe a chiederci in che cosa siamo o ci sentiamo diversi da uomini come Lui. Che può anche apparire difficile quando proviamo a guardare in faccia le nostre contraddizioni, magari senza prendere la scorciatoia di pensarci migliori di altri. Eppure, vale la pena di credere che al di là di queste strettoie talvolta faticose potremo guadagnare all'esperienza spazi insospettati: dove, per esempio, finisca per sembrarti inconcepibile il sesso con una persona che in realtà non ti desidera affatto; dove, sempre per esempio, il proprio desiderio di uomini sia finalmente inscindibile dalla libertà delle donne.
*Univ. di Bologna-Forlì, autore de La mascolinità contemporanea, socio dell'ass.ne «Maschileplurale»"
Come cittadini prima che uomini, o viceversa. Le piazze del 13 Feb. Una discussione su Facebook, di Ciro Mazzotta e Andrea Baglioni (5 febbraio 2011)
Cari amici,
Io ci vado come cittadino e non come simpatizzante di MP , ossia ci vado contro Berlusconi Silvio perché non mi sta bene che ci sia un presidente del consiglio che paga prostitute.
Per una questione squisitamente politica. I capi hanno dei giusti privilegi ma anche dei maggiori doveri. Viviamo in una società dove andare a puttane è stigmatizzato, piaccia o no.
E allora un Presidente del Consiglio che ci va è ricattabile, con tutto ciò che ne consegue (Minetti e Minette).
Secondo me portare il discorso sulla dignità delle donne è fuorviante, in tal caso infatti alla manifestazione non ci dovrebbero andare tutti coloro che vanno a prostitute o che ci sono andati, senza contare quelli che dicono “Bella fica”, che toccano il culo alle signore sull’autobus, che guardano i film porno, etc. etc.
E allora quanti rimarremmo? A naso direi pochini.
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"Berlusconi ci danneggia di più come uomini (questa metà del cielo) o come cittadini?" Questa è la domanda implicita che la lettera "da uomo a uomo" poneva e che io ho rimesso in circolo a proposito delle piazze del 13. Fermo restando che ci danneggia assai per un verso e per l'altro.
Che le puttane siano stigmatizzate e che di conseguenza, in misure diverse secondo il tipo di puttana, siano stigmatizzati anche i loro clienti è una questione di potere. Perfino di potere politico (leggi, regolamenti comunali, forze di polizia, giudici...). Non è solo questione di preti o di psicologi.
Le puttane sono stigmatizzate perché il loro comportamento allude a, e per una minoranza di loro realizza, un uso autonomo della sessualità. Tanto è vero che si può dire puttana anche di una donna che abbia partner diversi e non sia sposata, di una donna più anziana che frequenti un uomo più giovane, ecc.
C'è chi sostiene, come Marco d'Eramo ha fatto sul manifesto l'anno scorso, che a mettere le mani nelle mutande ci si sporchi di merda. Che avrebbero cioè fatto bene i dirigenti del centro-sinistra a non saltare sul collo di Berlusconi appena Veronica Lario ha portato a lavare quelle del marito sui giornali: di lasciare cioè la questione ai loro avvocati, alla di lui coscienza, alla sollecitudine dei suoi amici (Mora e Fede, per esempio), a quella di Don Verzé, all'aiuto di uno psicologo.
Non ero e non sono d'accordo. L'uso "irregolare" che del corpo delle donne fa Berlusconi conferma solo la regola dominante, quanto pericolante: sulla sessualità femminile la signoria è del maschio (che porti lo stipendio a casa, cacci i soldi dal portafogli o regali farfalline tempestate di pietre preziose). L'ipocrisia nazionale, di qua e di là del Tevere, poteva tollerare e di fatto largamente tollera i comportamenti di Berlusconi perché espongono solo la regola sottostante all'ipocrisia di facciata.
Ma quali dividendi offre a me, come uomo, quella regola? Mi consente di toccare il sedere alle signore sull'autobus, di dire "bella fica", di andare a prostitute. Mi da, questa è la mia impressione, un potere effimero e un godimento seriale. Mi fa accomodare ordinatamente e con una spesa proporzionata al mio reddito su una scala che va dalla vittima della tratta su su fino alla starlette televisiva, dalle strade provinciali appena fuori il raccordo ad esclusivi luoghi di vacanza. Gli etologi lo chiamano "ordine di beccata". La scimmia maschio che è in me ringrazia sentitamente.
Quanto dura un rapporto medio con una prostituta 7, 10, 15 minuti? Io, forse sbaglierò, credo che il godimento per una buona parte dei clienti, stia nell'essere riconfermati nella regola dominante. Mentre il mondo, fuori della fratta sulla provinciale o dalla stanza di un albergo ultra lusso va avanti da solo (e, come dimostra D'addario, neanche le puttane sono più quelle di una volta).
Dicevo che alcuni (pochi, sfortunatamente) andranno in piazza prima come uomini e poi come cittadini. Io credo che la critica che alcuni uomini fanno dei rapporti di potere fra uomini e donne - delle regole dominanti- venga fatta non solo per la dignità delle donne ma per la salute degli uomini e per quella comune.
Per stare dentro questa critica non serve essere "buoni" né promettere di diventarlo l'anno prossimo. Come quelle di tutti, le nostre mutande sono sporche di sperma. Ma siamo sicuri che lo sperma sia davvero una cosa sporca?
Un appello agli uomini Italiani primi firmatari Gianguido palumbo e Claudi Mognaboco
Noi dichiariamo un netto rifiuto della cultura che considera le donne italiane “a disposizione” degli uomini, cultura rappresentata ed espressa in questi anni soprattutto da Silvio Berlusconi attraverso le sue televisioni, la sua politica e la sua vita, ma anche dal leghismo di Bossi e da molti uomini italiani troppo silenziosi.
Noi ci vergogniamo di essere rappresentati all’estero da Silvio Berlusconi come uomo Presidente del Consiglio.
Ci impegniamo a promuovere la dignità degli uomini italiani, consapevoli e convinti che oggi più che mai in Italia sia necessaria una forte e diffusa reazione individuale e collettiva a questa cultura nemica delle donne, dell’omosessualità e degli stessi uomini.
Riteniamo sempre più importante un cambiamento degli uomini di ogni età, basato sul rispetto di ogni genere, sulla coscienza della parzialità, sul valore delle differenze, sul piacere delle relazioni paritarie e sulla non violenza.
Per un’Italia diversa e migliore.
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Il ritratto di Dorian Gray di noi tutti Raffaele K. Salinari - il manifesto 29 gennaio 2011
L'analisi della necrosfera che governa la lenta discesa agli inferi del Presidente del Consiglio, descritta nell'articolo di Franco Arminio sulla «funerea alchimia del berlusconismo», si ferma sull'orlo di una domanda fondamentale, sul quando cioè sia «avvenuta questa mutazione della morte da evento che irrompe a realtà che ristagna». Questione fondamentale poiché essa è all'origine non solo del corpo necrotizzante e necrotizzato di Berlusconi, ma di tutta la pratica consumistica inaugurata dall'Occidente molti secoli fa, ben prima della nascita del capitalismo o, almeno, di questa sua forma oramai globalizzata e mortificante che, non a caso, prende il nome di occidentalizzazione del mondo. L'articolo muove da un assunto a mio parere evidentissimo: Berlusconi ha paura della morte e dunque consuma e si consuma accumulando potere e ricchezza.
Di questo consumo, volto a dipingere il suo ritratto di Dorian Gray, fanno certamente parte le pratiche sessuali di cui sappiamo. E allora, proviamo a rispondere alla domanda inevasa, e cerchiamo in primis di collegarla ad una analisi della relazione tra il sistema capitalista e la Grande Signora. Certamente la morte è il limite dei limiti, da sempre. Oltre ad essere «il mistero di tutti i misteri», la X di una equazione irrisolvibile, come diceva Vladimir Janchélévitch, cioè qualcosa di intrinsecamente inspiegabile che, però, è connaturato alla Vita, alla Zoé e non solo alla singola Bios caratterizzata. Questo significa evidentemente che, partendo dall'accettazione del «mistero», vedendo in altre parole nella morte uno stadio irrinunciabile per assicurare il flusso stesso della Zoé, della vita senza ulteriori caratterizzazioni, attraverso le singole forme di Bios, si arriva a pensare una civilizzazione del limite, a partire da quello della propria stessa esistenza, come funzione ciclica irrinunciabile nell'assicurare l'esistenza nel suo eterno fluire. In altre parole le civilizzazioni e le culture che accettano il «mistero» delle morte, che ne fanno un evento che, pur "irrompendo" nella vita ne fa intrinsecamente parte, sono portare alla costruzione di relazioni tra umanità e mondo tendenzialmente rispettose di tutte le forme di esistenza, e dunque vedono il limite ultimo come qualcosa che parametra tutti gli altri. Ad esempio questa è la "cosmovisione" dei popoli indigeni, non a caso i più ecologisti proprio per questa loro consapevolezza del posto che una singola vita occupa all'interno della vita. Al contrario, rimuovere la morte significa rimuovere la vita. E allora da questo arriviamo direttamente alla domanda che pone Arminio sul quando si sia verificata la mutazione tra ciclicità e linearità, cioè la scomparsa della morte come limite e la sua progressiva rimozione dall'orizzonte degli eventi vitali. Il fatto si sovrappone esattamente con la nascita dell'Occidente dato che certamente ne è la cifra profonda, e avviene quando la cultura greca, la nostra cultura-madre, si stacca dalla ricerca della saggezza, indicibile ma non in conoscibile, per riflettere sulla verità, forse dicibile ma non sempre vissuta, quando cioè da Dioniso come protagonista della tragedia, direbbe Nietzsche, si passa all'umanità. Dioniso è, come dice Kerenyi, «l'archetipo della vita indistruttibile» non perché eterna in sé, come l'Occidente vorrebbe, ma perché in perenne mutazione proprio attraverso la Morte. Dioniso, infatti, è un dio che muore e rinasce, un principio ciclico, ma essere in empatia con lui significa accattare la stessa sorte, vivere la sua stessa tragedia. La nascita dell'Occidente tenta la carta dell'immortalità e per farlo mette "fuori di se" il mondo con la sua continua richiesta di cura e tempo ciclico, ma anche di mutamento e di morte. Il cristianesimo, meglio l'apparato ecclesiale, poi completa l'opera lucrando sulla gestione della morte e facendone uno spauracchio di salvazione o perdizione eterni, ancora una volta.
Ripensare la morte dunque significa ripensare il limite e dunque il modello simbolico che è alla base del consumare per rimuovere il momento dell'incontro finale. Berlusconi, in questo senso, è non solo il ritratto di Dorian Gray di noi tutti, rappresentazione plastica di un disfacimento che vede trasformarsi, come nel finale del romanzo, il ritratto corrotto nella persona fisica. Sapremo fermarci a guardare il nostro personale ritratto e non solo quello dell'ormai necrico Presidente del Consiglio? Non è questa la sfida simbolica che abbiamo davanti? Certo, lo è.
Il sesso del Cav è una questione politica di Stefano Ciccone Pubblicato su "Gli Altri" 28.01.2011
Chi l’avrebbe detto che quando, come Maschile Plurale abbiamo scelto di tenere il nostro incontro nazionale sul nesso tra rapporti di prostituzione e immaginario sessuale maschile affrontavamo un tema che di lì a pochi giorni sarebbe stato al centro della politica italiana? L’uso da parte de Premier del proprio potere economico e politico per disporre liberamente di corpi femminili.
La politica, soprattutto il centro destra ma con molte eccezioni mirabili di sindaci “sceriffi” di centro sinistra, quando parla di prostituzione lo fa per alimentare campagne “d’ordine “ e xenofobe di ripristino del “decoro delle città”. Al contrario, se sei un uomo di potere che usa la cosa pubblica come propria, la polizia non ti farà la multa sulla tangenziale ma garantirà la scorta. Ma anche in questo caso, le ragazze coinvolte nel caso “Ruby” vengono invitate ad andarsene dai loro appartamenti di via Olgettina perché rappresentano un danno al “decoro” del condominio. Sei in salvo solo finché resti nell’ombra o nel cono di luce che ti associa al potente.
Ha ragione Pia Covre a denunciare la feroce ipocrisia con cui in questi giorni si calpestano le vite delle donne coinvolte. Lo stigma resta sulla prostituta, l’uomo con lei si “sputtana”, lei resta il ricettacolo della vergogna. La scissione di Berlusconi “buon padre di famiglia” nelle biografie recapitate a casa degli italiani e “puttaniere” di notte è lo specchio della scissione vissuta da 9 milioni di uomini italiani: non quella tra “puttane” e donne per bene ma tra una sessualità giocata al buio perchè inconfessabile e una nobilitata dall’amore coniugale e dalla finalità procreativa.
Sentite come suona diverso? “Gran puttaniere” è come “simpatica canaglia”, “puttana”,”troia” è una condanna senza appello, toglie ogni cittadinanza: come la Repubblica Italiana che, ridando il voto a tutti i “cittadini” ritardò un po’ a riconoscerlo anche alle prostitute.
Ma rifiutare di esprimere un giudizio morale sulle donne che scambiano rapporti sessuali in cambio di denaro o di opportunità di carriera, rifiutare di ridurle a vittime o complici deve voler dire distogliere lo sguardo, affermare l’insignificanza politica e culturale dell’uso del potere politico ed economico per disporre di corpi femminili?
C’è un’alternativa tra l’indignazione venata di moralismo e l’indifferenza che relega la sessualità (e dunque le relazioni di potere tra i sessi, le rappresentazioni di donne e uomini) all’insignificanza pubblica e politica?
Noi abbiamo detto (anche nel supplemento Queer che Gli altri ha proposto) che è necessario mettere al centro di una riflessione collettiva le forme della sessualità e l’immaginario maschile che sono alla base della domanda di prostituzione e farlo può divenire un punto di vista per rimettere in discussione l’asimmetria tra donne e uomini.
Asimmetria nel desiderio, asimmetria nel riconoscimento di soggettività e dunque nel potere. Perché potere, denaro e desiderio sono al centro non solo dei rapporti di prostituzione che si consumano nelle strade ma segnano le relazioni tra i sessi e le istituzioni di genere che regolano la nostra quotidianità. Un unico desiderio, un unico soggetto, quello maschile che esercita il potere sul mondo e sul corpo femminile essendo le donne ridotte a corpo muto, privo di un desiderio e di una sessualità autonoma. La dote (e il destino) delle donne è il corpo, la loro sessualità è sessualità di servizio, cura: quella che il premier invoca riferendosi alla sua necessità di relax dopo i propri impegni di governo.
Nella resistenza di molte e molti agli appelli di questi giorni c’è anche il sospetto che inseguano la speranza che dove non ha potuto il conflitto sociale, l’opposizione politica possa, come con l’arresto per evasione fiscale di Al Capone, una repentina ondata di indignazione, e che magari le gerarchie ecclesiastiche scarichino chi ha imposto leggi liberticide in nome della morale cattolica ora che è screditato.
Non mi convince però chi, sulla base di questo sospetto, afferma che non si tratta di una questione politica, che “ben altri” sono i motivi per cui Berlusconi dovrebbe cadere o che al massimo, il problema politico sarebbe la sua ricattabilità e dunque inabilità al governo conseguente dal continuo scandalo sessuale.
Anche questa esposizione di un uomo di governo al rischio ad andare in giro con un equivoco mediatore di favori sessuali, un giocatore d’azzardo e donne che scelgono (più o meno liberamente) di vendere prestazioni sessuali è paragonabile con gli uomini che chiedono alle prostitute di strada di fare sesso senza preservativo (quasi che la mediazione del denaro promettesse l’illusione dell’anonimato e dell’invulnerabilità, un preservativo simbolico).
No. Io credo non solo che la questione della rappresentazione dei rapporti tra i sessi e l’affermazione di modelli di genere siano pienamente politica. Ma anche che il consenso che Berlusconi continua a raccogliere non sia altro dal suo continuo richiamo a questi riferimenti. E la sua stessa aggressività misogina, le sue battute omofobe sono tutt’uno con la sua ostentazione di virilità bulimica.
Perché allora è oggi così difficile costruire non solo una riflessione ma anche un’iniziativa pubblica? Come mai non c’è una reazione? Perché, forse, quello di Berlusconi è un comportamento smodato ma tutt’altro che trasgressivo. In realtà il sogno a cui allude sembra corrispondere alla mediocrità dell’appiattimento del desiderio che propone e insegue. Quello che Christian Raimo definisce “democratizzazione del sogno erotico”.
Proprio in questa ambivalenza di “autoritarismo permissivo” o di trasgressione omologata sta la forza e la debolezza del Berlusconismo. Proporre un’idea asfittica di libertà che è “essere liberi di corrispondere a un modello tradizionale senza freni ma senza alcun margine di libertà per trasgredirlo”. Non a caso proprio il Premier delinea qual è lo spazio ristretto della propria trasgressione quando afferma che “è meglio amare (magari un po’ smodatamente) le donne che essere gay”. La trasgressione che ci propone il premier assomiglia molto a quella dell’adolescente che rutta o dice schifezze davanti alle ragazze per affermare la sua virilità sempre sotto osservazione e in attesa di conferma.
La trasgressione per gli uomini è sempre un obbligo, a patto che non metta in discussione i veri contorni della gabbia. I limiti della libertà, la trasgressione sono fissati nell’immaginario del bagaglino e di Alvaro Vitali, ma se sgarri dai canoni della virilità tradizionale la scure moralista è ferrea.
In che relazione è lo scenario di scambio soldi e potere per sesso con questo modello dominante di virilità?
Un manifesto delle donne del Partito Democratico esplicita in modo chiaro questo richiamo quando afferma che “un uomo ingovernabile e che non rispetta le donne non può governare”.
L’esercizio della capacità di autogoverno e di autocontrollo è a fondamento dell’autorevolezza maschile nell’esercizio del governo al pari della sua vitalità sessuale come misura della sua intraprendenza politica.
Il dibattito apertosi sul rapporto del CENSIS sulla crisi di un “ordine del padre” nella nostra società rimanda a questa riflessione. Non a caso il CENSIS parla anche di crisi di desiderio e non solo di capacità di governarlo.
Tentando di agire come uomo un conflitto contro i modelli dominanti e tradizionali di mascolinità, sento sempre con un certo allarme il rischio di ritorno di una “nostalgia” per l’ordine del Padre. In cui i dirigenti politici e gli statisti avevano una dignità e un rigore. Forse, ad esempio, sarebbe utile capire quanto in quelle forme di rigore politico non ci fosse (solo) un esercizio di autodisciplinamento ma anche la percezione di essere dentro una rete di relazioni di senso, e non in quella autonomia separata della leadership che avrebbe dovuto garantire funzionalità alla politica.
E la pulsione del potere a svincolarsi dai limiti non è nuova e non è figlia necessariamente di una crisi del patriarcato. Credo sia stato significativo in questo senso che qualcuno in rete abbia richiamato il film di Pasolini “Salò o le 120 giornate di Sodoma”. L’arbitrio, l’esercizio del potere senza limiti, la rimozione dell’altra come prima rimozione. La propria libertà come assenza di relazioni significative e di limiti. Il limite rappresentato dal desiderio e lo sguardo dell’altra che non è solo a servizio, il limite in ciò che posso avere e consumare. Il Foglio, più o meno consapevolmente, ha ricordato come l’arbitrio del premier sia contiguo a un immaginario del sultano, l’harem, le 77 vergini: corpi di donne mute e disponibili. la rimozione del desiderio e della sessualità femminile. Come ci ricorda però Fatima Mernisssi l’immagine di un Harem abitato da donne mute è una proiezione dell’uomo occidentale che non corrisponde alla narratrice delle Mille e una notte.
Al sogno rattrappito di un mondo di infinita disponibilità femminile preferisco quello più concreto (e certamente che trasgredisce l’ordine dominante), di un mondo abitato dal desiderio femminile. Non corpi muti a servizio di un bulimico e autistico, ma storie, sguardi, desideri di donne con cui mettere in gioco il mio desiderio.
Sarà più faticoso ma non dovrò passare le mie serate con Emilio Fede e Lele Mora. E questo è già qualcosa che, anche se non potrà mai confessarlo, Berlusconi mi invidia.
Il Padre osceno di Alberto Leiss 28 gennaio 2011 pubblicato su http://www.donnealtri.it/
Voglio rispondere intanto brevemente all’osservazione di Anna Bravo: a uscire devastata dal Rubygate è l’immagine maschile, e nessun uomo ha sentito il bisogno di difendere la dignità del genere maschile.
Sono d’accordo sulla prima parte dell’osservazione. Berlusconi, con i suoi amici (Fede, Lele Mora, Rossella…), e tanti altri uomini di potere e di affari, stanno mettendo in scena una immagine oscena, molto avvilente e deprimente del maschile. Sono convinto, e ho cercato anche insieme ad altri e altre di argomentarlo e comunicarlo, che lo spicco spettacolare e simbolico che da qualche tempo ha assunto il ricorso alla prostituzione nei luoghi del potere è un altro segno della generale fase di crisi e tramonto delle forme tradizionali dell’autorità maschile. Qualcosa che ha molto a che fare con la crisi o la fine del patriarcato. Non per caso, intorno alla recente pessimistica analisi del Censis, si è tornati a parlare di “evaporazione del padre”.
Da questo punto di vista non condivido tanti discorsi che sento fare, a sinistra, sul potere immenso di corruzione delle coscienze di Berlusconi e del berlusconismo: ne stiamo vedendo ora tutta la pochezza grottesca, già segnalata con inesorabile concisione dalla moglie Veronica. Semmai bisognerebbe interrogarsi di più sul perché i critici del berlusconismo non riescano a mettere in campo una visione e rappresentazione diversa e più efficace della realtà italiana. Credo che ciò avvenga, in parte, perché partecipano sia pure con modalità diverse della medesima crisi di autorità (si pensi al ruolo della Chiesa: quando ha alzato qualche obiezioni critica a Berlusconi qualcuno dei suoi ha subito rinfacciato al Papa lo scandalo della pedofilia…).
Penso invece che non sia del tutto vero che nessun uomo ha sentito il bisogno di “difendere la dignità maschile”. Certo metterla proprio in questi termini è difficile: infatti non credo esista più una forma certa di questa dignità, proprio perché i mutamenti radicali nel rapporto tra i sessi provocati soprattutto dalla rivoluzione femminile hanno destrutturato identità e ruoli maschili codificati. Si tratterebbe di prenderne atto e di intraprendere una nuova costruzione del sé maschile. Senza rimuovere il fatto che i comportamenti di Berlusconi alludono a un immaginario sessuale maschile che non rappresenta certo un’eccezione.
Credo però che una qualche consapevolezza si stia allargando tra gli uomini. Alcuni maschi che hanno uno “statuto spettacolare” cercano ormai di fare un discorso critico sul maschilismo e sui suoi riflessi sulla politica e il potere. In forme naturalmente più o meno condivisibili. Da Gad Lerner a Adriano Sofri (vedi l’articolo uscito su Repubblica mercoledì 26 in risposta a Ostellino e Ferrara), fino ai duetti di Fabio Fazio con Luciana Litizzetto e a Antonio Albanese con il suo più che tempestivo Cetto Laqualunque. Gli esempi potrebbero continuare: ormai esiste con una certa ampiezza quella che si potrebbe definire una letteratura maschile “postpatriarcale”.
Da alcuni anni, inoltre, si è ritrovata in Italia – ma esperienze simili sono diffuse anche in altri paesi - una rete di uomini che si riferisce in vari modi al nome e all’associazione “maschile plurale”, che sta cercando di sviluppare un’autoriflessione critica sui modelli maschili, e che si impegna su terreni difficili, quali la presa di coscienza sulla violenza maschile contro le donne, l’interrogazione sulla diffusione della prostituzione, la ricerca di nuove pratiche politiche rispetto a quelle dei partiti, così condizionati dalla prevalenza di un ceto maschile in drammatico declino.
E’ il frutto soprattutto di scambi intensi tra uomini e donne del femminismo lungo alcuni decenni: uno scambio che forse andrebbe ulteriormente sviluppato.
Per aggiungere ulteriori considerazioni pubblico qui sotto un articolo più lungo in cui recentemente ho rielaborato altri brevi scritti su questi argomenti e, a parte, un articolo di Stefano Ciccone dal sito maschileplurale.it, che dovrebbe apparire oggi anche sul settimanale “Gli Altri”.
Il Padre osceno (*)
Per Marx nel moderno la soddisfazione è solo volgare – Nel “laboratorio” trash italiano: la prostituzione nel potere metafora del declino dell’autorità maschile – Un seminario sull’”oscuro soggetto del desiderio” svolto da Maschileplurale – Il dibattito aperto dal Censis e sviluppato sul “manifesto”: il “discorso del capitalista” e l’”evaporazione del padre”- Un conto aperto dal ’68 per gli uomini di sinistra.
(*) Questo testo, pubblicato sul n.6 – 2010 di “Critica marxista” con il titolo “Politica senza desiderio” , riprende e amplia un articolo per la rivista Leggendaria n.85/2011.
E con labbra di zinco, quale tenerezza mai sarà possibile? E se ai poveri si offrono torte di marmellata di bulloni, chi non si vanterà di essere ricco? Henry Michaux
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Riascoltiamo Marx, quando in quel “testo dentro il testo” che, all’interno dei “Grundrisse”, si sofferma sulle forme di produzione precapitalistiche. Da un lato fornisce alcune definizioni di “ricchezza” come il “dispiegarsi assoluto delle capacità creative” dell’uomo, certo storicamente determinate, ma in quanto “sviluppo di tutte le forze umane in quanto tali, non misurate da un metro già dato”, e, ancora, una condizione nella quale “l’uomo non si riproduce entro una qualche determinatezza, ma produce la propria totalità”, dove “non tenta di restare qualcosa di divenuto, ma è nel movimento assoluto del divenire”.
Dall’altro lato Marx paragona il mondo precapitalistico, in cui comunque l’uomo restava il fine della produzione, a quello moderno, dove questo rapporto appare invertito: “Nell’economia politica borghese – e nell’epoca della produzione ad essa corrispondente – questo completo dispiegarsi dell’interiorità dell’uomo si manifesta come un assoluto svuotamento, questo universale oggettivarsi si manifesta come un’estraneazione totale, e la soppressione di tutti i fini unilaterali determinati si manifesta come il più grande sacrificio del fine autonomo a vantaggio di un fine completamente esterno. Per questa ragione, da una parte, il puerile mondo antico appare come un che di più elevato; e, dall’altra, esso lo è ogni qualvolta si tenti di rinvenire un’immagine compiuta , una forma e una delimitazione posta. Esso è soddisfazione da un punto di vista limitato; mentre il mondo moderno lascia insoddisfatti, oppure, dove esso risulta soddisfatto di sé, è volgare”.(1)
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Gemein ist. “Ciarpame senza pudore, tutto in nome del potere”, Veronica dixit. Sembra in effetti che il panorama italiano sia quello in cui più platealmente e spettacolarmente si dimostra vera la “volgarità” di chi oggi si dichiara soddisfatto. Una certa soddisfazione della sessualità maschile per mezzo della prostituzione ha finito per assumere una particolare valenza simbolica, in un contesto in cui domina il trash. La notizia più recente, mentre scrivo, proveniente dal mondo politico - giornalistico italico, è la nuova intervista (falsa? vera? comunque rappresentativa di uno “standard linguistico” ormai canonizzato) di una signorina che si presenta come escort e che dice di aver avuto rapporti con Gianfranco Fini. Nel contesto c’è anche l’ipotesi-minaccia di un falso attentato al presidente della Camera. Lui nega e querela.
Ha osservato la direttrice del “Secolo d’Italia”, Flavia Perina: «una volta nei passaggi politici più delicati scoppiavano le bombe, oppure venivano rapiti gli statisti, oggi si videoregistrano non meglio identificate escort: il salto di qualità democratico è evidente. Niente vittime, niente sangue, niente dispendiose operazioni di depistaggio, rischi penali bassissimi: l'effetto è lo stesso, ma tutto è molto più pulito, economico, light. E se era difficile giustificare la liceità costituzionale di una P38 o di un timer ora si può dire con leggerezza commentando la nuova offensiva di Libero e del Giornale: è libertà di stampa, perché vi offendete?».
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Alcuni stralci da un’intervista data da Lucia (alias “Rachele”), la escort che dice di essere andata con Fini, pubblicata dal sito di Reggio Emilia “4 minuti.it”, oggetto della querela da parte del presidente della Camera:
Ma faceva già la escort quando è venuta a Reggio? No. L’ho deciso una volta arrivata qua. Mi sono messa a tavolino e mi sono chiesta che cosa potevo fare per fare qualche soldo. Che cosa l’ha spinta a dire quelle cose su Fini? Sono una persona di sani principi e di morale, che mantiene quello che promette. E quindi? Quindi Fini mi aveva fatto delle promesse. Che tipo di promesse? Che si sarebbe interessato per farmi entrare al Grande Fratello, cose così. Che tipo di clientela ha? E’ prevalentemente reggiana? No, molti vengono da fuori. Che tipo di persone sono? Professionisti. Le piacciono le vele di Calatrava? Certo, sono la cosa più bella di Reggio. Prima parlava di morale. E’ morale fare la prostituta? E’ secondo lei è morale tradire la moglie per andare a prostitute?
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Forse un uomo è considerabile come sempre “ricattabile” quanto al suo avere a che fare con la prostituzione. Quando Berlusconi ha detto “non sono un santo”, ha in un certo senso “sdoganato” una parte considerevole, e del tutto “normale”, del genere maschile. La destra italiana è forte perché da una rappresentazione spettacolare amplissima del modo di essere “popolare” – non a caso si è letto che il Cavaliere pensi ora di ribattezzare il suo partito così: “Popolari”, in un’accezione evidentemente molto distante da quella del povero Don Sturzo. Qui si va dal bigottismo familistico più integralista al libertinismo da night-club e da club-privé.
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La prostituzione diventa – forse in parte lo è sempre stata – uno specchio centrale per l’immagine delle nostre vite. Nella tratta di donne straniere si concentra il massimo di violenza, e il massimo di radicalità nell’incontro-scontro con l’altro, con l’altro di sesso diverso. I Comuni emettono ordinanze che puniscono clienti e prostitute per difendere “decoro” e “ordine pubblico”. Ma la clientela è indecorosamente e disordinatamente larga, e non si lascia troppo demotivare dagli agguati del vigile urbano.
Nel protagonismo delle “escort” nelle avventure del ceto politico-affaristico, balzate per mesi e mesi all’”onore delle cronache”, si riflette l’abisso in cui è caduta l’autorità maschile. Una faccenda, questa, che riguarda i luoghi del potere politico, ma anche altre istituzioni che dovrebbero svolgere una funzione “ordinatrice” della vita della società: dalla Chiesa, all’università, al mondo dei media.
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All’inizio di ottobre 2010 una trentina di uomini, per iniziativa dell’associazione “maschile plurale”, si sono riuniti per due giorni a Torino, col proposito di aprire uno scandaglio su “quell’oscuro soggetto del desiderio” rappresentato “dall’immaginario maschile nella domanda di prostituzione”. Resoconti più ampi sono reperibili nei siti www.maschileplurale.it e www.donnealtri.it . Cito le idee che mi sono rimaste più impresse.
Bisogna presupporre una sostanziale continuità tra l’esperienza sessuale degli uomini, clienti effettivi o potenziali che siano.
Tanto più che, come ha insistito in quel confronto Claudio Magnabosco, da anni impegnato con Isoke Aikpitanyi nell’attività dell’associazione “Le ragazze di Benin City”, nella lotta contro la tratta è decisiva proprio l’azione di clienti che solidarizzano con le giovani sfruttate che hanno conosciuto sulla strada. Un fenomeno che negli anni scorsi ha coinvolto migliaia di maschi in tutta Italia. Non senza contraddizioni significative: infatti il passo da cliente a innamorato, a marito protettivo e poi forse a “protettore” può essere breve.
Il denaro nella relazione sessuale – è stato osservato da molti - ha il ruolo di un “preservativo” rispetto al “rischio” di una vera intimità, di una messa in gioco nello scambio tra persone. Il denaro è anche medium di una complessa relazione di potere. C’è il dominio dell’acquirente maschio, ma anche la “malinconia” di una sessualità maschile incapace di riconoscere la possibile ricchezza del proprio desiderio.
Naturalmente sono stati fatti fondamentali distinguo: gli uomini devono essere consapevoli che possono incontrare giovani minorenni e donne schiavizzate. Nessuna giustificazione per una rimozione di questo terribile aspetto della questione. D’altra parte esiste anche il caso di prostitute che scelgono “liberamente” questo tipo di rapporti, e altrettanto “libera” può essere considerata la scelta maschile di comprare un rapporto sessuale. Un tipo di relazioni analizzate acutamente da Roberta Tatafiore (2). Non può esserci “moralismo” – è stato però affermato, per esempio da Stefano Ciccone – “ma nemmeno indifferenza per la mercificazione”. La sessualità è un terreno per la “critica e il conflitto politico”.
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L’incontro è stato preceduto e seguito da riunioni di diversi gruppi in varie città. Partecipando a queste discussioni ho pensato che la diffusione – documentata in tante esperienze, testi, filmati ecc. – di relazioni basate sul meretricio e la loro estrema varietà (dalla velocità e indifferenza estrema nell’atto sessuale, alle perversioni, all’apertura di una relazione di scambio anche affettiva, in cui in genere la donna prostituta – o la trans – assume un ruolo di confidente e consolatrice) ci parla anche della “verità” che introduce nel rapporto lo scambio in denaro, con meccanica facilità e immediatezza. E’ un punto di partenza molto chiaro, sul quale poi è possibile la costruzione di relazioni assai diverse, in cui può anche venire in gioco un di più del desiderio e del carattere, magari normalmente rimosso o represso. Si potrebbe persino azzardare una certa contiguità col modello della relazione analitica.
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Questo ci riporta alla forza della mercificazione e del mercato capitalistico, anche se siamo di fronte a un patto “antico come il mondo”. Le stesse cose, come sempre, ritornano, ma - senza esagerare con gli storicismi - si presentano in modalità anche profondamente diverse. A Parigi, nei decenni che precedono il 1789, c’è una vera esplosione di canzonette, libelli, cartigli, pettegolezzi orali che si diffondono grazie a un capillare sistema mediatico e che prendono di mira i costumi dissoluti della corte. Protagoniste alcune favorite del re, come la Pompadour e la contessa du Barry, la cui origine sociale oggi potrebbe agevolmente rientrare nella categoria “escort”.
Secondo lo storico americano Robert Darnton la moltiplicazione di questi “gossip mediatici” – da lui ricostruiti soprattutto grazie agli archivi della polizia (le intercettazioni dell’epoca) – ha contribuito al crollo della monarchia non meno delle rivendicazioni politiche e economiche del “terzo stato” (3)
E’ opportuno che gli scandali avvengano.
Ci parlano delle modalità secondo le quali una certa autorità viene meno.
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Non è un caso che nell’Italia del “bunga bunga” si apra improvvisamente, per sollecitazione del Censis, un tentativo di intepretazione della società nazionale basata su concetti psicanalitici, come l’assenza della “legge” e del “desiderio”, o l’ “evaporazione del padre” di freudiana e lacaniana memoria, per spiegare una condizione in cui la “caduta dei desideri”, appunto, e la mancanza di una tensione creatrice con i valori della norma, porta “al primato del godimento e dell’edonismo di massa, alla serialità dei comportamenti, alla rassegnazione per la loro eterodirezione, al presentismo euforico, al rifiuto del tempo lungo e dell’accumulazione, all’eccessivo peso del mondo esterno rispetto alla coltivazione dei mondi interni. L’individualismo atomizzato cresce e si corrompe in un pericoloso vuoto sociale”(4)
Sul “manifesto” si è sviluppata una discussione interessante, a cui hanno partecipato Ida Dominijanni, Giuseppe De Rita, Massimo Recalcati e altri. C’è l’idea di “perversione” che incarna la vicenda berlusconiana: “Con questo termine – ha scritto Recalcati – non ci si riferisce a quanto avviene sotto le lenzuola, ma all’attitudine a subordinare ogni cosa (la verità, i legami sociali, gli affetti più intimi, gli interessi generali di una comunità) al proprio godimento personale, vissuto come un imperativo incoercibile”. C’è l’avvertenza – sviluppata da Dominijanni – sul fatto che non può funzionare quella sorta di “appello civile” sollecitato da De Rita perché ritorni un desiderio capace di dare ordine e nuova vitalità a una società che vive il cambiamento con angoscia, anomia, se gli uomini – e le donne – non saranno capaci di riconoscere la forza di questo desiderio là dove già si manifesta, a cominciare dalla rivoluzione di pratica e di pensiero prodotta proprio dalle donne e dal femminismo. Da questo punto di vista ho trovato assai singolare che, nonostante la sollecitazione di Dominijanni, nel confronto proseguito tra Recalcati e De Rita (5) molto si invochi il “ritorno” di una qualche funzione “desiderante” e “ordinatrice” da parte di una perduta autorità paterna senza nominare mai ciò che è stato e viene pensato e agito, su questo terreno, da madri, figlie e sorelle (6).
Del resto poco si trova – da questo punto di vista – anche nel libro di Recalcati che è un po’ la “fonte” primaria di questo dibattito e della stessa analisi contenuta nell’ultimo rapporto Censis, “L’uomo senza inconscio” (7). Ci sono invece spunti molto interessanti, laddove si riattualizzano le definizioni di Lacan sul “discorso del capitalista” che, rovesciando le classiche tesi weberiane, colgono nel modo di produrre e consumare contemporaneo e nel regime linguistico simbolico che lo informa – l’analisi risale al 1972 – una tendenza che “esalta a senso unico la spinta del godimento contro ogni forma di legame”. Una tendenza anche profondamente autodistruttiva, osserva Lacan quasi presagendo le dimensioni della crisi attuale, prodotta dalla ricerca compulsiva del massimo e immediato guadagno finanziario, e dalla catastrofe dei beni acquistati indebitandosi spropositatamente.
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Mi era capitato di scrivere, per la verità prima che uscisse il rapporto Censis , che nella situazione italiana una ridefinizione del desiderio maschile e delle sue rappresentazioni simboliche sembra ormai essere una sorta di emergenza, di priorità politica e civile (8). Per noi uomini partire dalla situazione estrema, ma così normale, della prostituzione, è forse un buon esercizio per non rimuovere l’indispensabile radicalità del compito Un punto di partenza, per ripercorrere poi finalmente una genealogia del desiderio maschile e del suo rapporto con ciò che definiamo – sempre più incerti e angosciati – “politica”. Penso che si tratti, soprattutto per chi sta nella tradizione della sinistra, di un conto tuttora aperto con qualcosa che è accaduto ( o meglio, che non è accaduto) a ridosso del 1968 - fantasma sempre presente - quando per un attimo sembrò che la spinta del desiderio – di un “desiderio dissidente”, per dirla con Elvio Fachinelli (9) – prevalesse sulla logica dei “bisogni” e di una concezione già storicamente fallita del rapporto tra “masse”, “classe” e progetto politico. Un cammino da ripercorrere anche se si vuole contribuire davvero alla ricerca di “quel che resta del padre”, al di là della fantasmagoria oscena che sempre più spesso ce ne offre il Potere.
NOTE
- Karl Marx, Forme di produzione precapitalistiche, a cura di Diego Fusaro, Bompiani 2009.
- Tra gli scritti di Roberta Tatafiore, ricordo Sesso al lavoro, Il Saggiatore, 1994
- Robert Darnton, L’età dell’informazione. Una guida non convenzionale al Settecento, Adelphi 2007
- Rapporto Censis 2010, Considerazioni generali
- Ecco le date di uscita sul “manifesto” degli interventi qui presi in considerazione: Ida Dominijanni (4-12- 10), Massimo Recalcati (7-12), Giuseppe De Rita (8 - 12), Ida Dominijanni (12 - 12); Giseppe De Rita e Massimo Recalcati (4 – 01 -11); Chiara Zamboni (7 – 01 – 11)
- Sarebbe opportuna, tra l’altro, una rilettura dell’Appendice (oltre che del testo, naturalmente) che Luisa Muraro ha scritto all’edizione 2006 (Editori Riuniti) del suo L’ordine simbolico della madre, dove si riflette sul posto della madre e del padre nel simbolico.
- Massimo Recalcati, L’uomo senza inconscio. Figure della nuova clinica psicanalitica, Raffaello Cortina Editore, 2010
- Tra l’altro nell’intervento intitolato “Oportet”, pubblicato nel sito della rivista Alfabeta2 (www.alfabeta2.it)
- Elvio Fachinelli, Il bambino dalle uova d'oro, Adelphi, 2010. Si veda anche l’articolo di Lea Melandri, "L'altra sinistra di Elvio Fachinelli", su Alfabeta2, n.5
Il silenzio dei padri per le notti di Arcore di Claudio Fava - pubblicato il 24 gennaio 2011
Non solo il cavaliere, non solo le ragazzine, non solo le maitresse e gli adulatori, non solo gli amici travestiti da maggiordomi, le procacciatrici di sesso, i dischi di Apicella e la lap dance in cantina: in questa storia da basso impero ci sono anche i padri. E sono l’evocazione più sfrontata, più malinconica di cosa sia rimasto dell’Italia ai tempi di Berlusconi. I padri che amministrano le figlie, che le introducono alla corte del drago, le istruiscono, le accompagnano all’imbocco della notte. I padri che chiedono meticoloso conto e ragione delle loro performance, che si lagnano perché la nomination del Berlusca le ha escluse, che chiedono a quelle loro figlie di non sfigurare, di impegnarsi di più a letto, di meritarsi i favori del vecchio sultano. I padri un po’ prosseneti, un po’ procuratori che smanacciano la vita di quelle ragazze come se fossero biglietti della lotteria e si aggrappano alle fregole del capo del governo come si farebbe con la leva di una slot machine… Insomma questi padri ci sono, esistono, li abbiamo sentiti sospirare in attesa del verdetto, abbiamo letto nei verbali delle intercettazioni i loro pensieri, li abbiamo sentiti ragionare di arricchimenti e di case e di esistenze cambiate in cambio di una sveltina delle loro figlie con un uomo di settantaquattro anni: sono loro, più del drago, più delle sue ancelle, i veri sconfitti di questa storia. Perché con loro, con i padri, viene meno l’ultimo tassello di italianissima normalità, con loro tutto assume definitivamente un prezzo, una convenienza, un’opportunità.
Ecco perché accanto ai dieci milioni di firme contro Berlusconi andrebbero raccolti altri dieci milioni di firme contro noi italiani. Quelle notti ad Arcore sono lo specchio del paese. Di ragazzine invecchiate in fretta e di padri ottusi e contenti. Convinti che per le loro figlie, grande fratello o grande bordello, l’importante sia essere scelte, essere annusate, essere comprate. Dici: colpa della periferia, della televisione, della povertà che pesa come un cilicio, della ricchezza di pochi che offende come uno sputo e autorizza pensieri impuri. Balle. Bernardo Viola, voi non vi ricordate chi sia stato. Ve lo racconto io. Era il padre di Franca Viola, la ragazzina di diciassette anni di Alcamo che, a metà degli anni sessanta, fu rapita per ordine del suo corteggiatore respinto, tenuta prigioniera per una settimana in un casolare di campagna e a lungo violentata. Era un preludio alle nozze, nell’Italia e nel codice penale di quei tempi. Se ti piaceva una ragazza, e tu a quella ragazza non piacevi, avevi due strade: o ti rassegnavi o te la prendevi. La sequestravi, la stupravi, la sposavi. Secondo le leggi dell’epoca, il matrimonio sanava ogni reato: era l’amore che trionfava, era il senso buono della famiglia e pazienza se per arrivarci dovevi passare sul corpo e sulla dignità di una donna.
A Franca Viola fu riservato lo stesso trattamento. Lui, Filippo Melodia, un picciotto di paese, ricco e figlio di gente dal cognome pesante, aveva offerto in dote a Franca la spider, la terra e il rispetto degli amici. Tutto quello che una ragazza di paese poteva desiderare da un uomo e da un matrimonio nella Sicilia degli anni sessanta. E quando Franca gli disse di no, lui se l’andò a prendere, com’era costume dei tempi. Solo che Franca gli disse di no anche dopo, glielo disse quando fece arrestare lui e i suoi amici, glielo urlò il giorno della sentenza, quando Filippo si sentì condannare a dodici anni di galera.
Il costume morale e sessuale dell’Italia cominciò a cambiare quel giorno, cambiò anche il codice penale, venne cancellato il diritto di rapire e violentare all’ombra di un matrimonio riparatore. Fu per il coraggio di quella ragazzina siciliana. E per suo padre: Bernardo, appunto. Un contadino semianalfabeta, cresciuto a pane e fame zappando la terra degli altri. Gli tagliarono gli alberi, gli ammazzarono le bestie, gli tolsero il lavoro: convinci tua figlia a sposarsi, gli fecero sapere. E lui invece la convinse a tener duro, a denunziare, a pretendere il rispetto della verità. Tu gli metti una mano e io gliene metto altre cento, disse Bernardo a sua figlia Franca. Atto d’amore, più che di coraggio. Era povero, Bernardo, più povero dei padri di alcune squinzie di Arcore, quelli che s’informano se le loro figlie sono state prescelte per il letto del drago. Ma forse era solo un’altra Italia.
Quelle prostitute di palazzo Grazioli Christian Raimo - il manifesto 21 gennaio 2011
Nel gennaio del 2002 Berlusconi fece un gesto che suscitò un piccolo strascico di polemiche: regalò due buste con cinquemila euro ciascuna a due "schiave del sesso", una ventenne bulgara e una minorenne albanese, a palazzo Grazioli. Lo fece alla luce del sole, davanti a don Oreste Benzi, sacerdote da sempre in prima fila, come si dice, nella lotta alla prostituzione. Tutto il racconto della storia da parte delle due ragazze, rapite a 14 anni dalle famiglie d'origine, commosse fino al pianto Berlusconi.
Che nell'occasione volle anche rilasciare qualche dichiarazione in merito al gesto - un atto simbolico che voleva smorzare la sua uscita di qualche giorno prima nella quale si era dichiarato infastidito per la presenza di donne poco vestite sul ciglio delle strade italiane e aveva buttato lì una fantomatica ipotesi di riapertura delle case chiuse. Don Oreste premeva per un decreto legge che fosse punitivo nei confronti dei clienti e ottenne l'interesse di Berlusconi: «Lo Stato non può essere connivente con la prostituzione, non può mantenere l'appetito sessuale di dieci milioni di clienti».
La domanda che uno storico ingenuo potrebbe farsi è: cosa è successo in questi nove anni? Perché Berlusconi oggi non farebbe più un gesto del genere per riscuotere consenso? Sì, è vero, non sarebbe credibile, non potrebbe sicuramente farlo per questo. Ma. Proviamo a articolare meglio la questione: perché in questo decennio ha deciso di trasformare l'immagine di un vecchio saggio che protegge le ragazzine in uno che in fondo se la diverte?
Il punto forse è che Berlusconi non è cambiato, ma è cambiato il paese intorno al suo palazzo. Che un vecchio di settantacinque anni faccia sesso con una diciassettenne oggi, chiediamoci, è realmente per noi così scandaloso? È una cosa di cui nessuno di noi potrebbe tollerare il pensiero? È un'immagine che ci repelle dal profondo come quella di un tabù?
Alcuni altri dati ci raccontano un contesto sociale diverso. Ci raccontano un'Italia in cui il consumo di Viagra (uno solo dei farmaci sessuali) in questo stesso decennio è stato di 60 milioni e passa di pillole (solo in farmacia, senza l'on-line) e ha coinvolto all'incirca 300mila uomini la cui età media è 54 anni. Un'Italia in cui i siti di annunci personali hanno vari milioni di iscritti (meetic.it, il più diffuso, 2 milioni e 800mila) e quelli di annunci erotici li seguono a ruota (C-date un milione e 600mila registrazioni, Get-it-One un milione e duecentomila, Flirtfair 800mila, AdultFriendFinder un milione e 400 mila). Un'Italia in cui per esempio le scopate tra over-50 e teen-ager rispondono a categorie del porno ben precise: mature e MILF, e young/old e teen, il cui target acquista sempre più spazio - a chiunque di noi basta cliccare su google. In questo senso quello del bunga-bunga è un rito orgiastico che - con tutta la nostra capacità di giustissima indignazione - possiamo, in definitiva, metabolizzare. La commedia scollacciata con Renzo Montagnani che insidia Gloria Guida si è tramutata in un filmato hardcore amatoriale: ecco, in questi dieci anni quello che è accaduto è che lo spettacolino delle ragazzine che neanche sanno parlare italiano, vestite da infermiere senza niente sotto non è più inimmaginabile. È diventato per noi immaginabile. È la democratizzazione di un sogno erotico: travestimenti, spogliarello, palpate. Questo Berlusconi lo sa. Sa per esempio che ognuno dei suoi telespettatori (a partire da quelli che guardavano Colpo grosso nella loro adolescenza a quelli che hanno aspettato ogni sera Sarabanda ogni sera, verso le otto, fino al momento della "Piscina" in cui Belen si spoglia, viene inquadrata da una telecamera ad altezza culo, e poi si butta in acqua) è capace di riconoscersi in questo rito.
Così, è sostanzialmente questo il cuore della sua linea di difesa. Il suo comportamento ci dice in fondo: Sono un pervertito, sono uno che dice ogni due minuti una verità diversa, sono uno psicotico, sono un dissociato, sono un malato. Ma perché, voi no?
La doppia morale che aveva ereditato dalla Prima Repubblica e che lo portava a accogliere a palazzo don Oreste Benzi con gli occhi lucidi, oggi si è frantumata in un prisma infinito di morali intercambiabili: nel giorno stesso Berlusconi può dire di avere una fidanzata e i giornali dietro che creano un dibattito apposta sul toto-fidanzata, può fare il pater familias con la stirpe di rampolli e rampollini riuniti a Arcore per la foto di Natale su Chi, può alla fine confessare candidamente «Mi diverto». Alla faccia vostra. L'uomo sotto attacco ancora una volta non è lui. Non è lui quello a disagio. Ma coloro che avevano pensato che accettare l'invito nel suo mondo di fantasmagorie e mille morali, fosse un modo per accedere a Neverland senza per questo ritrovarsi trasformati in una nazione di voyeur compulsivi in attesa del prossimo spogliarello. Il disagio è il nostro. È il malessere dell'amica dell'università di Nicole Minetti, quella che studia, la signorina "doppia laurea" a cui era stato promesso di vedere «di ogni» e finisce col passare la serata in bagno, autoisolatasi per il disagio.
La sola libertà che abbiamo esercitato fin adesso è quella di rispondere - alla domanda che ci viene posta alla fine della festa, «Ti sei divertita?» - un diniego imbarazzato per il fatto che non stiamo omaggiando il padrone di casa e le sue abitudini di crapulone: «Non molto». Non molto. Non è un granché come opposizione, ma è l'unico punto di partenza perché il nostro paese decida di passare il futuro in qualche altro modo.
Paranoia senza fine Marco Mancassola - il manifesto 20 gennaio 2011
«La cosa che mi sconvolge», confessa un amico trentenne commentando le notizie degli ultimi giorni, «è l'idea che alla sua età si possa essere ancora così lontani da una qualche forma di pacificazione. Lui e il suo amico Fede, un settantacinquenne e un ottantenne, in quel teatrino sessuale tutte le sere, come se fossero costretti, come una macchina infernale, senza sosta e senza fine». È anche in questo senza fine, in questa idea di prestazione disperata e replicata all'infinito, la portata politica della bulimia senile-sessuale del premier.
La sessualità e il potere ridotti entrambi a esercizio senza termine, macchina infernale che non lascia tregua. Ancora una volta, Berlusconi non è un'anomalia ma il compimento della natura intima di un sistema. Un iperliberismo parossistico, spettacolare, criminale, piduizzato, strutturalmente bisognoso di eccesso. Senza fine nel senso di privo di conclusione, sfiancante, nonostante la sua crisi che a sua volta diventa sistema, macchina infinita - e nel senso di ormai senza scopo, oltre quello del proprio automantenimento e della performance sfrenata, sempre più distruttiva. A suon di corruzione o di apposite pillole.
In modo più o meno esplicito, la retorica berlusconiana ci dice che stupirci di questo è moralistico. La vecchia storia della sinistra che diventa conservatrice di fronte al godimento sfrenato di questa destra. Berlusconi sembra pensare a se stesso come a una grande figura tragica e nietzscheana, peccato che la sua orgia non abbia nulla di liberatorio, nulla del senso ancestrale del dionisiaco: è pura paranoia tecnica. La paranoia di un anziano dittatore che spia con smania verso la vertigine più indicibile, la possibilità della perdita del potere e della morte - due cose che per uomini come lui vanno spesso insieme. Che tutto questo avvenga, secondo una ricetta storicamente italiana, condito di farsa e di aria di barzelletta, non toglie alla scena la sua sottile, latente tensione totalitaria. Il feticismo delle divise da poliziotta o da infermiera pronte a essere indossate dalle ragazzine nei bunga-bunga party ci fa ridere. Ridere di questo vecchio drago calvo che da decenni pretende di ingoiarci tutti è la prima arma di difesa. Ma quando il feticismo trionfa come modello di potere, il risultato è il devastante delirio politico e sociale in cui abbiamo vissuto per anni.
Come in un romanzo di Brett Easton Ellis, privo però di glamour, l'uomo fluttua in un limbo fatto di orgette, lap-dance, luci basse, teatrini finto-lesbo, senso di irrealtà, telecamere, studi televisivi, sessioni di trucco, riunioni dei ministri dove lui si addormenta, scivolando in chissà quali allucinazioni. Tutto senza soluzione di continuità. Un lungo effetto onirico dove gli elettori, non soltanto le minorenni dei festini, non possono che diventare comparse tra le comparse, fantasmi tra i fantasmi, oggetti da gestire, da solleticare o da consumare. Berlusconi ha dedicato la vita a forgiare i suoi stessi oggetti di consumo: ha forgiato con la televisione i suoi elettori, e l'estetica dei corpi delle ragazzine-letterine che oggi divora. Il suo disturbo narcisistico è diventato un delirio grande quanto un paese. Lui è il Titanic e intende affondare con noi dentro.
Eppure, una "cultura politica" che pensa ai cittadini non come a persone ma come a cose, massa di pubblico o di comparse, fantasmi in un'allucinazione sempre più grottesca, non spiega abbastanza. Il dramma ulteriore è quello che appare come in uno specchio: la metà dei cittadini di un paese nutre a sua volta un feticismo verso il capo, e ad ogni occasione continuerà a votarlo. Qualunque sia lo scandalo del giorno. Un feticismo del popolo per il capo e per il suo corpo di nano-superuomo, erotizzato, miracoloso, potere fatto carne. Un attaccamento infantile e isterico a un capo-feticcio. Abbastanza chiara la genesi di questa perversione: un senso di abbandono originale, il venire meno di una politica alternativa e credibile, di una proposta per gestire lo spavento della contemporaneità. Quello che appare meno chiaro, ma di cui non smettiamo di avere urgente bisogno, è come realizzare il ritorno in campo di un pensiero alternativo, non per dispensare giudizi moralistici ma per riprovare a dirci qualcosa sui rapporti sociali, tra uomini e donne, tra giovani e anziani, tra parti sociali. Oltre i feticismi e oltre il consumo, oltre il potere senza termine e cioè senza l'altro, senza rapporti veri tra i soggetti.
Il cine berluscone Marco Giusti - il manifesto 20 gennaio 2011
Il bunga bunga sono io!», «Io sono il suo culo», «Provo per quest'uomo un amore vero». Anche se tutti noi, come ha dichiarato la stessa Ruby a Kalispera!, avremmo voluto una vita parallela, dove però non sentir parlare almeno per il un giorno di bunga bunga e delle scopate di Berlusconi, va detto che erada anni chenonci divertivamo così tanto a seguire tutte le storie legate al Rubygate al bunga bunga connection. Intercettazioni, dichiarazioni,mezze interviste, perfino la ricerca della fidanzata (e tutte: «Sono io! Sono io!»).
La geniale trascrizione della rubrica telefonica della brasiliana Michelle Conceiçao, l'amica di Ruby («Papi Silvio Berluscone », «Rubby Troia», «Sandro Frisullo Pulitico», «Joao Paulo Autista Berluscone», «Amigo Rai»). La commovente difesa a oltranza di Sabina Began, supporter e possibile compagna («Compagna? Dipende da cosa si intende per compagna. Posso essere per lui qualsiasi cosa!»), della quale ricordiamo il grande esordio cinematografico in coppia con Antonella Troise in Chiavi in mano. E le pellicce, gli occhiali, le borse, gli occhiali firmatissimi delle ragazze che escono da via Olgettina? E le scarpe basse, quasi ciavatte, della Boccassini immortalate sul Corriere?
Per non parlare poi delle canzoncine su You Tube, il Waka Bunga, il Ruby Baby, di Marco Travaglio che fa 154.000 contatti parlando per ben 51 minuti di Ruby, della puntata di Ballarò di martedì sera che con il 21 per cento ha sbaragliato Amici di Maria De Filippi e ha lasciato Vespa con Avetrana (ormai chi se la fila più...) al 13 per cento e Serena Dandini con l'ultimo libro di Pier Luigi Celli (boh?) all'11 per cento. Aggiungiamoci l'apparizione di Ruby da Signorini ieri sera in versione quasi virginale, «Mai fatto l'amore con il premier!», ma anche con la storia vespiana della povera bambina violentata a nove anni dai due zii paterni (per fortuna che solo sei anni dopo era in salvo a Arcore con Fede e Lele Mora). E stasera viene tutto ripassato in padella da Santoro e Travaglio, mentre geni come Signorini, Sallusti, Santanché, Ghedini studieranno chissà quali mosse mediatiche.
È il trionfo della commedia all'italiana, a livelli di cinismo e di immoralità che né Risi né Monicelli si sarebbero mai sognati. E a livelli di comicità che nessun Checco Zalone e nessun Cetto La Qualunque possono eguagliare. E non si capisce perché il nostro pubblico vada al cinema a ridere di un'Italia che non esiste (ma quale «bella giornata» abbiamo avuto in questi ultimi anni?), quando quella della realtà è molto più comica e grottesca. Della realtà poi... diciamo di una realtà costruita tra giornali, internet e televisione.
Se Berlusconi ci ha abituato da anni a una politica da reality, dove ogni giorno c'è una prova da affrontare e un cocco che ti casca in testa, il Rubygate, come già in parte fu il caso D'Addario e ancor di più il caso Tulliani-Fini, va oltre, giocando tutte le carte dei media. Non a caso tutto si apre con una dichiarazione di guerra politica ai comunisti in cachemire a Saint-Moritz (e scarpe da 29 euro...) proprio di un Berlusconi telefonante a Kalispera! di fronte al suo principale spindoctor, cioè Signorini. Il vecchio trucco della voce di Dio già provato in tanti programmi dell'opposizione. È proprio a Kalispera!, tra un balletto con Belen, uno con Emanuele Filiberto, un'apparizione inutile di Orietta Berti, una pisciata del cane del conduttore, che viene trascinato da Italo Bocchino col cappello da cuoco per tentare una pacificazione coi finiani («Eddai, fate una bella maggioranza solida e non se parli più!»). Non funziona tanto, perché a Ballarò due giorni fa, con il Rubygate già nel suo massimo apice, Bocchino rimaneva il più vispo della compagnia a prendere per il culo Berlusconi con la geniale battuta sulla generosità del premier («mai per anziane senza tette»). È proprio dopo aver visto il disastro della sua squadra a Ballarò, con un ministro Alfano senza parole e l'apparizione dell'incredibile onorevole Bernini, vestita e truccatissima come una qualsiasi Nicole Minetti, che Berlusconi ha cercato inutilmente di prendere la parola con la solita telefonata furbacchiona (Floris lo ha rimandato alla puntata dedicata all'Aquila, dove non interverrà mai).
La vera risposta politica Berlusconi e Signorini l'hanno giocata con Kalispera!, che riunisce tutto il Berlusconi-pensiero, dalla tv gaia anni Ottanta al Costanzo Show, gettando in campo lì la povera Ruby, già un misto di puttana santa e di Belen marocchina pronta per Tim, Wind, Tre e qualsiasi altra telepromozione. Ma sanno che guerra riprenderà stasera con Santoro e Travaglio pronti al massacro. L'unico sollievo per Berlusconi, forse, arriverà con Sanremo, che farà scordare agli italiani per un po' le serate del Bunga Bunga. Mamancano ancora parecchi giorni.
Desiderio maschile e libertà delle donne di Orazio Leggiero, dell'Associazione nazionale MaschilePlurale, pubblicato sul mensile Report.m - Monopoli (BA)
Accade qualche volta di essere contenti e finanche di esultare quando si sbaglia una previsione. E’ accaduto a me la mattina del 13 febbraio, a Bari, quando mi sono trovato di fronte al serpentone composito e variopinto della manifestazione Se non ora, quando? “Non è possibile!”, ho esclamato stupito e incredulo. “Ma guarda, ci sono anche tantissimi uomini”. Ed è proprio qui che si giocava la scommessa: sulla presenza maschile.
Finalmente gli uomini sono scesi dal marciapiede! Che vuol dire? Ve lo racconto rievocando una manifestazione femminista degli anni settanta a Roma. A quel tempo, quando le donne manifestavano portando gli indici e i pollici verso l’alto per rappresentare simbolicamente la vagina, gli uomini erano fermi sui marciapiedi e osservavano tra il divertito e il perplesso. Uno slogan scandiva: “Maschi, non state lì a guardare, andate a casa ché ci sono i piatti da lavare!”. Solo pochi avevano il coraggio di scendere dal marciapiede guadagnando furtivamente la coda del corteo.
Ma una volta rischiammo il linciaggio per davvero. Fu quando, di rimando a uno slogan delle femministe più radicali, “col dito col dito l’orgasmo è garantito”, uno sparuto gruppetto di uomini ebbe l’ardire di rispondere, “col cazzo col cazzo è tutto un altro andazzo”.
Ho voluto ricordare questa piccola storia non solo per un piacere personale (allora eravamo giovani traboccanti di sogni e di miraggi!), ma anche per ricordare quanta strada abbiamo percorso lungo i pur difficili e tortuosi sentieri del progresso e dell’emancipazione. E’ facile, ancor più di questi tempi, lasciarsi prendere dallo sgomento, dalla paura di perdere gran parte di quanto faticosamente conquistato con le lotte nei decenni trascorsi. Ma la storia, a dispetto dei corsi e ricorsi, non torna mai indietro.
La presenza così massiccia di uomini nelle 230 piazze d’Italia racconta di una consapevolezza tutta nuova che finalmente si fa strada in questa metà del cielo. Certo, molti uomini erano presenti unicamente per gridare la cacciata del Caimano, ma voglio credere che molti di noi fossero lì, al fianco delle donne, per rompere un silenzio antico, che ci ha impedito di comprendere quanto gli stereotipi del patriarcato siano per noi una prigione di cui liberarci per riscoprire la nostra libertà, le nostre emozioni, la paternità, il nostro corpo, in una parola per riappropriarci del nostro Desiderio.
Pensiamo davvero che nelle notti di Arcore si celebrasse il sogno erotico maschile? O non è vero, piuttosto, che in quell’antro si consumasse il solo godimento fallico, che in quanto tale porta all’esclusione del desiderio e dell'amore?
Cito uno stralcio della lettera “da uomo a uomo”, scritta dall’associazione nazionale MaschilePlurale in occasione della giornata mondiale contro la violenza maschile sulle donne: “Quando assisto all’ostentazione di chi usa soldi e potere per disporre delle donne, sento che quell’ostentazione è misera, squallida ed anche triste. Sono secoli che gli uomini comprano, impongono, ricattano e scambiano sesso per un posto di lavoro o per denaro. La novità sta nel vantarsene strizzando l’occhio agli altri uomini in cerca di complicità. Non ci stiamo, e non per invidia o moralismo. Al potere preferiamo la libertà, la libertà di incontrare il desiderio libero delle donne, ed eventualmente il loro rifiuto”.
Quando riusciremo a comprendere che il nostro desiderio di uomini può incontrarsi soltanto con la libertà delle donne, potremo finalmente donare loro rispetto e amicizia.
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